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Working Class Heroes

di Giorgio Capodaglio

La protesta rivolta contro l'ennesimo rincaro del prezzo dei biglietti, che ha raggiunto ormai valori esorbitanti

La protesta rivolta contro l’ennesimo rincaro del prezzo dei biglietti, che ha raggiunto ormai valori esorbitanti

Bill Shankly è ancora lì, nella sua statua davanti alla Kop, le braccia tese e due pugni verso il cielo. Guardandola si possono ancora sentire i cori di adorazione del suo popolo, le sciarpe lanciate verso di lui, gli invasori di campo pronti a correre per baciargli i piedi. Si coglie anche il suo orgoglio, quello di aver regalato tante emozioni a quel popolo con il quale viveva in simbiosi, lui nato povero come loro e consapevole che il calcio è in grado di offrire quelle gioie che spesso sono difficili da ottenere nella vita di ogni giorno. Passano le stagioni, il pallido sole estivo lascia spazio alle solite piogge autunnali e al vento che trascina via anche coloro che con orgoglio mostrano la propria stazza figlia di tanti pomeriggi al pub, fino ad arrivare al freddo invernale quando la pioggia si trasforma in nevischio, anche se qualcuno con molto coraggio continua a girare a maniche corte o addirittura in pantaloncini, e Bill Shankly è ancora lì, a testimoniare le radici popolari del Liverpool FC.
Ma con le stagioni passano anche gli anni e davanti ai suoi occhi Bill vede centinaia e centinaia di persone che posano per una foto davanti alla sua statua, ma parlano altre lingue, nota smartphone e tablet, ma non sente l’inconfondibile parlata “scouser”. È diventato un’icona, ma quando vede portafogli, carte di credito, scontrini, maxi buste nelle mani delle persone che escono dallo store, quando osserva asiatici, tedeschi, statunitensi, scandinavi, con le sciarpe divise a metà tra il Liverpool e il Manchester United, si sente improvvisamente solo, si chiede dove sia la sua gente.

Già la sua gente, i cittadini di Liverpool, gli scouser che per molti anni hanno rappresentato la forza lavoro dell’impero britannico. Un popolo diverso dal resto d’Inghilterra, perché costituito da coloro che sono sempre stati subalterni all’Impero Britannico, come irlandesi e gallesi, tanto da fare di Liverpool la città più cattolica d’Inghilterra. L’accoglienza è il marchio di fabbrica di queste persone, anche perché per centinaia di anni questa città fu il porto principale del paese, si espanse arrivando addirittura a oltre 800mila abitanti, prima della crisi arrivata dopo la Seconda Guerra Mondiale e accompagnata dalla chiusura di molte fabbriche, fino al buio periodo Thatcher che affamò la città con un tasso di disoccupazione impressionante, ne dimezzò il numero di abitanti e causò i primi “riots”, con la polizia che sparò lacrimogeni contro i cittadini di Liverpool in protesta. Già perché questa gente non si è mai arresa, ha sempre manifestato con orgoglio il proprio essere “working class”, ha lottato per i propri diritti ed è riuscita a tirare avanti, perché scaltra, geniale nel saper vivere alla giornata. Gente autentica, che non ama troppo l’apparenza, a differenza del sud d’Inghilterra, è capace di preferire la Liverpool buia e sporca degli anni ottanta e novanta a quella ripulita e più attraente ad occhi esterni com’è diventata dal 2008 in poi, quando venne designata città della cultura.
Ma soprattutto gli scouser sono persone appassionate di calcio, l’orgoglio cittadino in particolare negli anni di crisi, quando il potere centrale del sud londinese affamava la città. Liverpool ed Everton erano un’ancora di salvezza per coloro che vivevano sulle sponde del Merseyside, dominando – in particolar modo i Reds – il calcio inglese. Anche negli anni ’90, nata la Premier League, con l’orgoglio della sua storia “proletaria” il Liverpool si rifiutava di cambiare, lasciando così che Manchester United e Arsenal lo scavalcassero. Eppure, anche con una proprietà più povera e meno moderna rispetto alle altre, ma locale, di soddisfazioni la tifoseria se ne tolse tante grazie a molti ragazzi del posto usciti dall’Academy con la voglia di emergere e la passione che solo chi è nato da queste parti può avere: McManaman, Fowler, Murphy, Carragher, Owen e Gerrard sono solo alcuni degli scouser che negli anni permisero al Liverpool, pur senza chiudere mai in testa la Premier League, di vincere trofei, fino alla Champions del 2005 e la FA Cup del 2006. A sostenerli c’era un tifo impressionante, le urla della Kop capace di far tremare le gambe ad avversari ben più forti.

La modernità del calcio però è riuscita a vincere sulle tradizioni, così dal 2007 il Liverpool FC è passato in mani americane, con due diverse società che si sono alternate nell’amministrazione del club. Ma vendersi l’anima al diavolo ha portato le sue conseguenze negative: il termine “tifoso” è stato trasformato in “consumatore” e anche ad Anfield i prezzi dei biglietti hanno avuto un aumento impressionante, cacciando di fatto dallo stadio quella working class che è sempre stata l’anima di questa società. La Kop è passata dalle 24 sterline del 2000 alle 48 dei prezzi previsti per la prossima stagione. Anfield è ormai invasa da turisti e benestanti, che vivono il proprio pomeriggio allo stadio come se fossero in un parco a tema, dove trovano quello che vogliono: possono toccare la statua di Bill Shankly, sedere nel vecchio Anfield e anche fare le proprie riprese con il tablet mentre lo stadio intona You’ll never walk alone. Fino a qualche anno fa potevano anche godersi alcuni campioni, che però dalle parti di Anfield sono sempre meno (non a caso dall’arrivo degli “yankee” il Liverpool ha vinto solo una Coppa di Lega nel 2012). C’è però chi ancora resiste, chi ogni settimana, rinunciando a tante altre cose, continua a sedere sulle tribune di Anfield per sostenere il suo Liverpool, ma si sente più solo, vede piano piano scomparire quelle persone con le quali per anni ha vissuto mille emozioni, gli altri tifosi che non hanno le possibilità economiche per diventare “consumatori”. La Kop ormai, più che uno stand, sembra una riserva indiana, dove alcune persone del posto in qualche modo danno al turista quello che cerca, ciò che è stato promesso dal venditore al consumatore.

Bill Shankly vede tutto questo dall’alto della sua statua messa su un piedistallo (e mai si sarebbe voluto trovare su un piedistallo, perché non si sentiva superiore a nessuno dei suoi tifosi). È triste Bill, ma d’improvviso, in un pomeriggio qualunque, mentre il Liverpool sta affrontando il Sunderland in un match che a febbraio già non significa nulla per il campionato, sente delle voci familiari in lontananza, le parole tronche, gli accenti aperti, finalmente torna ad ascoltare il dialetto scouser come non gli accadeva da molto, troppo tempo. Sono gli esclusi, i tifosi del Liverpool che manifestano per riprendersi quello che è loro: il diritto di assistere alle partite del club che hanno reso grande, mentre negli Stati Uniti gli attuali proprietari forse nemmeno ne conoscevano ancora l’esistenza. Vogliono che i prezzi dei biglietti vengano nuovamente abbassati, vogliono tornare e colorare Anfield, vogliono essere liberi di sostenere la loro squadra, vogliono riportare la working class all’interno dello stadio, vogliono riprendersi quello che è loro: il Liverpool. In gioco non c’è soltanto la loro passione, ma la sopravvivenza del Liverpool FC, ormai trasformato in un’attrazione turistica. Shankly li guarda, è fiero nel vedere che manifestano con bandiere sulle quali è stampato il suo volto ed è quindi consapevole che i veri tifosi del Liverpool ricordano ancora il suo messaggio, la sua visione del calcio e della vita: “Il Socialismo in cui credo è quello in cui tutti lavorano per lo stesso obiettivo e condividono le vittorie. Questo è il modo in cui vedo il calcio e la vita”. Ecco perché vorrebbe uscire da quella statua nella quale da troppo tempo si sente imprigionato per tornare lì, in mezzo al suo popolo, lavoratore tra i lavoratori, tifoso tra i tifosi, che come lui sono innamorati di un solo colore, il rosso del Liverpool.

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6 risposte a Working Class Heroes

  • Articolo che mi ha fatto venire i brividi! Complimenti.. e Sopratutto grandi i ragazzi che hanno abbandonato il campo. Stamane ho letto su alcuni siti internet che la società sta considerando di abbassare i prezzi per la prossima stagione, ma io non sono molto fiducioso, la vedo come una notizia trasmessa solo per evitare che la contestazione diventi più assidua e vasta! YNWA

  • Articolo sontuoso e drammaticamente vero.

  • Si aprono le trattative… Che la proprietà dimostri se ancora può che ha bisogno di tifosi e non di clienti… YNWA & JFT96

  • E’ il calcio moderno, bellezza.
    lo stesso calcio di chi ha imposto i diritti televisivi, il merchandising, lo sfruttamento sistematico dei diritti di immagine.
    Il mondo del calcio anni 80 è morto e sepolto con il Rapporto Taylor e con i vari Osservatori.
    Siamo clienti da una vita e in tutto: il problema è che stiamo lentamente importando il modello americano in tutto e per tutto.
    Non è un caso che ci considerino “customers”.
    Ma per noi che siamo lontani ha un senso blasfemo, per gli Scousers è una vera e propria sconfitta.
    Non si può sempre sostenere, incitare, rifugiarsi dietro il “solo per la maglia”.
    Davanti a dei precisi progetti economici (l’ampliamento dello stadio e la costruzione di un complesso residenziale che manderà definitivamente in pensione la vecchia atmosfera di Anfield Road) a cui non corrispondono equivalenti progetti di sviluppo tecnico societario, la protesta deve essere diffusa e netta.
    Il walk out è stato un fallimento.
    E lo è stato sotto gli occhi di tutti.

  • D’accordo su ogni virgola. Articolo da Pulitzer! Complimenti davvero.

  • grande pezzo!