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UN SATURDAY A BURNLEY

 

Foto ricordo al Turf Moor

Venire quassù è diverso. Pare di giungere in uno degli ultimi avamposti della vecchia Inghilterra. Rochdale, Smithy Bridge, Littleborough, Todmorden. Il treno, per la verità ferroso e vintage con servizi igienici improponibili, è pieno. Sferraglia parendo quasi timido da Manchester Victoria, e sembra di fare un’escursione in mezzo alla natura: man mano che si procede, il convoglio fende le colline del Lancashire e dovunque appaiono pendii puntellati di casolari, di mucche e di pecore, di villaggi i cui tetti delle case paiono disposti in fila con maniacale ordine. E’ Saturday, è giorno di football, ciò che rende felici gli appassionati come il giorno di paga. Burnley Manchester Road, la nostra stazione di transito, quasi si nasconde in mezzo al verde, sotto il livello della strada. Ottantasettemila abitanti, sede massima dei cotonifici durante la rivoluzione industriale, quassù la Brexit ha strada libera: nel referendum del 2016 il leave ha trionfato 66% a 34. Ma c’è la squadra che siede tra le grandi. Al Turf Moor, stadio che sta su dal 1883, e ha ancora l’ingresso in campo dietro a una delle due porte, i tempi d’oro sono comunque lontani (FA Cup nel 1914, due titoli nel 1921 e nel 1960 con Bob Lord come presidente e McIlroy in campo) e oggi arriva il Liverpool campione d’Europa. Prendo posto tra i 22 mila, sotto un cielo clemente che ci regala il sole seppur inframezzato da qualche nuvola. Sin dal ritorno in Premier League nel 2016, il club si è ben comportato: salvezza e addirittura i preliminari di Europa League nel 2017. Solo i greci dell’Olympiakos hanno impedito ai clarets il grande salto ai gironi di qualificazione. Celeste e amaranto dovunque, sin da quando si scende per Yorkshire Road e le gigantografie dei giocatori del passato, con quelle divise in lanetta e senza sponsor che continuano imperterrite a scavare un considerevole solco tra passato e presente, puntellano il muro di cinta che porta alla Bob Lord Stand. Le hanno volute appiccicare lì proprio i tifosi, nel 2015, per creare una sorta di “walkaway” a marcare il territorio. Il ritiro della busta coi biglietti della Hargreaves Stand (trenta sterline), un salto al grande Claret Store, dove insieme al programma da tre pound ti regalano pure una barretta di cioccolato. Bambini, si, ma soprattutto signori e signore attempati che pare abbiano il Burnley nel cuore da tanto tempo. Un double-deck di londinese memoria staziona dietro alla Hargreaves e dentro nessun passeggero ma un bancone che spilla birra alla diligente fila di tifosi ognuno dei quali attende il suo turno. E’ una piccola grande area di ritrovo, malto e luppolo scorrono a fiumi e staziona anche un maxi schermo con alcuni dei più recenti gol del Burnley a cavallo tra seconda e prima divisione.

L’arrivo del Bus dei Reds

Silenzioso e garbato arriva anche il Liverpool: l’autista ferma il pullman di un rosso sgargiante davanti a un nugolo di tifosi, avversari soprattutto, e alla spicciolata scendono tutti. Poco prima, come nulla fosse, in mezzo alla folla, in abito scuro, era passato non uno qualsiasi: Jamie Carragher, condottiero del Liverpool che fu e oggi voce di Sky Sport inglese, ha accontentato tutti coloro che gli porgevano una penna o il loro telefono per una foto.

Sempre nel cuore di noi Reds JC23

Niente fila, né controlli, né burocrazia di alcun tipo: è bello quassù, perché, seppur lo spazio del tornello sia angusto, non c’è bisogno di alcun controllo né perquisizione per accedere. Settore 8, “lower”, cioè in basso, e pare d’essere in campo. Il sole si è fatto ancor più largo e spira un vento sostenuto, ma che bello qui, eh? Dentro la Premier League. Il settore “away” intanto, laggiù, si popola di rosso. Non ce n’è proprio intorno al sottoscritto: bisognerà tacere ed eventualmente gioire in silenzio. Il Liverpool si riscalda dall’altra parte, e nella metà campo in faccia a me c’è solo l’amaranto dei padroni di casa. Tenuta nera macchiata dal verde acqua, niente rosso nemmeno in campo oggi, com’era prevedibile. Non amo questo third kit ma sin dalle prime battute non si può non apprezzare ciò che contiene: un Mané che là davanti non spreca un pallone ma viene poco assistito, un Van Dijk monumentale come sarà per tutto l’arco dei novanta minuti. Dopo 69 secondi però il Turf Moor trattiene il fiato pronto a esplodere: Adrian ci mette la mano e il pericolo è scampato. Un minuto dopo, sul tabellone sopra le nostre teste, appare Zac, tifoso claret scomparso da poco e il pubblico di casa applaude: da queste parti si fa così, dentro la storia di una partita fanno capolino tante altre vite inesorabilmente legate a doppio filo a quest’erba, a quest’aria, a questo cemento. Alla mezz’ora devo trattenere il primo sussulto: palombella arquata di Alexander-Arnold, Wood devia e la sfera casca alle spalle di Pope: 1-0 nel modo che non ti aspetti. Gagliardo il Burnley, implacabili “noi”: palla persa banalmente da Mee, il capitano, Firmino guarda Mané che mette palla in buca per il 2-0. Sto bene qui a pochi passi dalla linea laterale, ma adesso vorrei essere proprio là tra gli “away”. L’intervallo è un via vai di gite in bagno e folla accalcata al bancone degli snack e del cibo: troppa fila, niente spuntino. E allora alzo gli occhi, vedo il signore in abito blu parlare al microfono da bordo campo e rivedo quella palombella arquata che ha sbloccato il punteggio meravigliandomi una seconda volta per la traiettoria beffarda. Si galoppa anche nella ripresa, con il tridente delle meraviglie del Liverpool che giostra stavolta davanti a me. Quando Salah viene a battere gli angoli una ragazza si sbraccia in un vistoso saluto pensando di essere notata. Speranza vana: il nostro credo abbia ben altro da fare, in questo momento. Meraviglioso l’indomito spirito scozzese di Robertson, che stantuffa la fascia davanti a me e si inserisce dettando passaggi. Il terzo gol di Firmino è una rasoiata senza troppi complimenti che mi beffa ancor di più: non devo esultare platealmente seppur abbia bucato la rete proprio davanti a me. E ancor più da temere sono i successivi dieci minuti nei quali dal settore “away” marcia a tutto volume “Give the ball to Bobby and he will score”. Non posso far di più che canticchiare tra me e me, e il ragazzino lentiginoso e dai capelli rossi, mio vicino di posto, si volta sospettoso in un paio di occasioni. Tre a zero, scalpo rubato alla gente di Burnley e per loro un po’ me ne rammarico: teneri e appassionati che in cuor loro sapevano oggi avere poche speranze. Il sole va giù, così come la temperatura, seppur sia l’ultimo giorno di agosto, mentre facciamo la via a ritroso per Burnley Manchester Road in mezzo alla folla. Il nostro treno, stavolta più presentabile ma estremamente affollato, non partirà prima delle otto e mezza. Fenderà di nuovo le colline del Lancashire, ma sarà buio per ammirarle di nuovo. Abbiamo già ammirato un grande Liverpool, e per oggi può andare benissimo così.

di Stefano Ravaglia

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