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Red or Dead. Perchè vale la pena leggerlo.

di Stefano Ravaglia

La copertina del libro.

La copertina del libro.

Il panorama della letteratura calcistica è vasto e volto a soddisfare qualsiasi genere di appetito. Rivalità tra tifoserie, autobiografie di campioni (o presunti tali…), analisi del calcio da un punto di vista sociale o prettamente economico, eccetera eccetera. E poi ci sono gli allenatori. Che raccontano i loro giorni sotto i riflettori, cercando di nascondere meno particolari possibili, voltandosi alle spalle per esaminare ciò che hanno vissuto, arrivando anche a una introspezione che li porta a giudicarsi per quanto fatto o non fatto.
Ebbene, “Red or Dead”, l’ultima fatica di David Peace, già magistralmente autore dell’affascinante storia di Brian Clough, del suo Derby County, del suo Nottingham Forest, ma soprattutto del “non suo” Leeds United guidato per soli 44 giorni, è un libro che, oserei dire, doveva essere scritto. Dove può esserci calcio senza il signor Bill Shankly? Dove può esserci il Liverpool di ieri e il Liverpool di oggi se non fosse esistita la figura dello scozzese venuto dall’Huddersfield a fare da linea di demarcazione? “Red or Dead” non è però una vera e propria autobiografia in stile “Alex Ferguson, la mia vita”, è un vero e proprio romanzo, di cui Shankly è l’assoluto protagonista. Un romanzo in cui tutto però è accaduto realmente. E’ la trasposizione della grande epopea del Liverpool 1958-1973, preso per mano da Bill in seconda divisione, e rifiorito grazie a una sistematica opera di ringiovanimento e di stravolgimento del mesto ordinario che si era adagiato sulle sponde del Mersey decisamente da troppo tempo. Shankly non arriva solo per impiantare nuovi giocatori, ma anche per diffondere una filosofia nuova, un senso di appartenenza che da lì sino ai giorni nostri verrà riconosciuto universalmente come lo “Spirit of Shankly”. E’ Shankly che con i suoi collaboratori decide di ripulire totalmente i campi mal messi di Melwood, raccogliendo una ad una ogni foglia, ogni cartaccia, ogni ciuffo d’erba non curato. E’ Shankly che pretende dal “board” del Liverpool (uno dei primi casi nella storia manageriale inglese) di decidere quali giocatori avere e con quale formazione giocare. Lo scozzese si lega indissolubilmente al Liverpool e a Liverpool sin dall’inizio, fondendosi con il tessuto della città, mescolandosi tra la gente che lo ferma per strada e gli bussa anche alla porta di casa. E’ un rapporto che col passare degli anni va al di là delle situazioni di campo, delle vittorie, delle sconfitte, delle Coppe alzate e di quelle che potevano essere alzate. Sino al colpo di scena dell’estate ’74: il ritiro dalle scene calcistiche e dai Reds, perché, dopo le vette raggiunte, più su non si poteva andare. Shankly lascia però con un ultimo successo, che curiosamente fa anche da collante tra le due opere di Peace: il Charity Shield vinto a Wembley proprio ai danni del Leeds di Brian Clough.
“Red or dead” un libro molto particolare, quasi unico nel suo genere, non fosse altro per lo stile di scrittura che Peace ha scelto e che salta immediatamente agli occhi del lettore. Se in “Il maledetto United” lo scrittore aveva alternato le vite di Clough al Leeds e al Derby County in due paragrafi continuamente alternati fino a ricongiungersi, qui lo stesso autore sceglie una tecnica completamente diversa. Il tutto è narrato con uno schema fisso, ripetitivo al limite della noia. Si potrebbe ipotizzare di analizzare l’opera dividendola in due: la carriera di Shankly al Liverpool nella prima parte e tutta la sua vita post-ritiro nella seconda. La prima parte la possiamo a sua volta scomporre in tre blocchi che si alternano pagina dopo pagina tra loro: i giorni di allenamento, le partite disputate e la vita privata di Shankly. Ognuno di questi blocchi inizia sovente con “Negli spogliatoi di Melwood”, “Nella sala del consiglio di Anfield”, “Nello spogliatoio di Anfield”, “Nella loro casa”. Peace comunica immediatamente al lettore l’ambiente dove sta per iniziare una nuova recita e dà immediatamente la possibilità, a chi legge, di immaginare subito con quali altre persone avrà a che fare. A Melwood Shankly partecipa ripetutamente agli allenamenti con i suoi
giocatori. Il tutto viene narrato in terza persona. Bill in tutta. Bill che sale sul pullman con la squadra. E poi Bill che corre, Bill che scatta, Bill che tira. Nella sala del consiglio di Anfield è narrato il rapporto faccia a faccia che il manager scozzese ha con chi lo ha fortemente voluto al Liverpool. E’ lì che Shankly comunica senza mezzi termini che “quello che ho visto non mi piace. Lo stadio è imbarazzante, i gabinetti vergognosi, il campo ha bisogno di un adeguato sistema di irrigazione, e Melwood è messa anche peggio”. E’ qui che viene esternato il suo orgoglio quando prega i suoi consiglieri di acquistare Dennis Law, in forza all’Huddersfield sentendosi rispondere “Non abbiamo i soldi”. “Voi non avete la mentalità e l’ambizione”; ecco ciò che Shankly vuole stravolgere: il pensiero che il Liverpool sia una squadra di seconda fascia, che debba per forza stare entro certi argini. Come in effetti è in quel momento, ma è proprio quegli argini che lui vuole rompere: il Liverpool deve risorgere partendo da un cambio di filosofia, ossia che tutti dovrebbero essere onorati di vestirne la casacca, e che non ci possa essere nessuno a cui debba essere precluso il terreno di gioco di Anfield. E’ in quella stanza dei bottoni che gli viene proposto un prolungamento di contratto, è lì che Bill rassegna a sorpresa le sue dimissioni e il board fa di tutto per fargli cambiare idea: “più soldi”, “un ruolo manageriale ai suoi ritmi”, “un ruolo da consigliere nel club”. Invano.
Negli spogliatoi dell’impianto dei Reds viene invece narrato il “pre” e il “post”. E’ consueto che Peace ci comunichi la solennità di quei momenti. Bill che fa girare lo sguardo in tutta la stanza, da giocatore a giocatore (“Da Lawrence a Strong, da Strong a Byrne, da Byrne a Milne…”), Bill che responsabilizza i suoi giocandosi la carta del pubblico (“Ci sono cinquantamila persone là fuori, venute per voi”), Bill che non ha mezzi termini (“Sono sicuro che oggi straccerete questo Manchester United”). Il pensiero, per chi come me ha visitato quegli spogliatoi, rimasti peraltro pressochè intatti da allora, vola immediatamente a una immagine in bianco e nero appesa a quei muri bianchi, che raffigura proprio la squadra pigiata su quelle panche di legno, vestita di tuta e calzoncini, e il loro mentore in piedi dinnanzi a loro intento a catechizzarli. Lo spogliatoio è il luogo dove si chiude fuori il mondo esterno, dove Shankly, con calore misto a fermezza, ha ricamato accuratamente molti dei giorni felici di quel Liverpool.
Infine, “la loro casa di Liverpool”, la cornice domestica dove entra in gioco una delle protagoniste fondamentali del libro: la moglie Ness. Non sarebbe la stessa cosa senza di lei. Straordinaria la silenziosità e la discrezione con cui compare nell’intera vicenda. Proprio questo la rende una componente fondamentale per Bill e la sua vita trascorsa sempre sul campo. Ness che gli prepara un thè, Ness che lo appoggia nei momenti complicati, Ness che lo attende a tarda sera nella loro camera da letto mentre lui prepara già le stoviglie per la colazione della mattina dopo. Traspare perciò in Shankly, seppur nell’ombra, un perenne senso di colpa, quello di fare un mestiere che lo costringe quasi sempre lontano da casa. Un senso di mancanza verso sua moglie, che con grande intelligenza e maturità si comporta come quelle donne che attendono sulla soglia di casa i loro mariti partiti per chissà quale battaglia. Con purezza e semplicità non ha altro da dire se non “E’ il tuo lavoro, amore, non preoccuparti”, “Avremo tempo per noi”. E anche quando Bill decide che è arrivato il momento di salutare il club, Ness lo intima addirittura a pensarci bene: “Non so se è quello che vuoi davvero. Non voglio vederti fare qualcosa che non vuoi. Il calcio è tutta la tua vita”. Ma se c’è un aspetto, più di altri, che contraddistingue Shankly, è la fermezza e la coerenza: non cambierà idea, ed esternerà anche ai consiglieri del Liverpool quel velato senso di colpa a cui accennavo: “Mi dispiace che Ness abbia dovuto sopportare tutte le mie assenze”.
Se la prima parte dunque è abbastanza strutturata entro un certo schema (allenamento-partite-casa), seppur con qualche piccola variabile, la fase post-ritiro è decisamente più variabile. Shankly si dedica più alla famiglia, compare in radio in un programma vis-a-vis con il primo ministro Harold Wilson, ma come ogni storia arrivata al capolinea, un altro stato d’animo gli pervade il cuore: la sensazione di essere stato accantonato. Pur non pentendosi della decisione presa (Il Liverpool trionferà di nuovo in Inghilterra e
soprattutto in Coppa dei Campioni con Paisley, quella Coppa che Shankly aveva solo sfiorato), è difficile cancellare in un sol colpo 16 anni trascorsi tra le mura rosse di Anfield o Melwood. Ecco che con profonda umiltà si ripresenta pertanto intorno all’universo Liverpool chiedendo il permesso di allenarsi con la squadra “Sono qui per mantenermi in forma, se a nessuno dà fastidio, naturalmente. Se non sono di troppo”, prima una, poi due, poi tre volte. Dietro a quel “Se non sono di troppo” c’è tutta la malinconia di un uomo che si sente gioco forza ancora parte della famiglia Liverpool e non potrebbe essere altrimenti. Sino a quando però traspare un senso di ingombranza da parte del club: all’interno del board qualcuno vorrebbe che la squadra possa camminare da sola, che sappia cavarsela anche senza di lui. Che trovi la propria identità anche senza chi l’ha plasmata da zero. Gli intimano di “venire ad allenarsi nel pomeriggio, quando la squadra sarà già andata via”. Ecco così che Shankly deve “ricacciare indietro le lacrime”. Riceve inviti da molti club per poter assistere allo stadio a qualche partita: Derby County, Preston, di cui è un ex giocatore, Manchester City, e persino dai rivali dell’Everton a cui aveva dedicato la famosa frase “A Liverpool ci sono due squadre, il Liverpool e le riserve del Liverpool”. Ma non dal suo Liverpool. Invito che giungerà solo più tardi.
Sono tanti dunque i sentimenti che emergono nel racconto, come per esempio anche il concedersi agli altri, i rapporti umani che Shankly cementa con l’universo che lo circonda. Bill che fa colloqui privati coi giocatori, Bill che incontra i tifosi e si prende il tempo per rispondere personalmente a qualche lettera indirizzata a lui e arrivata negli uffici del club, tra cui la richiesta di un piccolo tifoso che lo invita addirittura al suo compleanno. Sorprende anche la versione anacronistica di un Bill che vuole aprire le porte alla televisione in un’epoca in cui la televisione nel calcio non aveva certo la incidenza di oggi: gli operai di una fabbrica di automobili sottoscrivono una petizione in cui minacciano infatti di boicottare tutte le partite del Liverpool se non verranno aperte le porte alle telecamere. Bill dalla parte della gente, del popolo. Che in nome dei tifosi lancia anche l’idea di un nuovo stadio, più capiente, che vuole diffondere le immagini del Liverpool Football Club in modo che “la gente voglia venire qui a sostenere il Liverpool Football Club, da tutta la nazione, da ogni angolo del mondo”. E, data la globalizzazione del calcio di oggi, bisogna forse rendergli giustizia ammettendo che non si sbagliava; e ancora, Bill amorevole con sua moglie, Bill che ha uno straordinario rapporto con i suoi collaboratori, due dei quali sono coloro che gli succederanno negli anni a venire: Bob Paisley e Joe Fagan.
Ma personalmente, mi resta un episodio in testa che racconta al meglio quanto questo libro sia in un certo senso “politico” oltre che sportivo: in giacca e cravatta, con un biglietto da consegnare a Bob Paisley, Shankly si reca nei dintorni di Anfield, toccandone i muri, sentendone l’odore. Incrocia un giovanissimo tifoso, che non crede ai suoi occhi. E’ pazzo del Liverpool come suo papà. Vorrebbe donargli un distintivo del Liverpool per il suo compleanno, ma al negozio visitato poco prima non l’avevano. Così Shankly si toglie il suo dal bavero della giacca e lo regala al piccolo tifoso incredulo. “Per ringraziare tuo padre di tutte le cose che mi ha dato”.
La dovizia di particolari, il carisma unico e inimitabile del protagonista, la cornice meravigliosa del calcio inglese anni ’60 e ’70, fanno di questo volume qualcosa che non può mancare sugli scaffali di appassionati e non.

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6 risposte a Red or Dead. Perchè vale la pena leggerlo.

  • brividi

  • Complimenti per questo articolo, un capolavoro. Il libro l’ho letto in inglese e credo che renda ancora di più l’atmosfera di quegli anni rispetto alla traduzione italiana. L’episodio che mi ha più colpito? Quando Shankly fa tornare quei tifosi a casa facendoli salire sul pullman della squadra. Se penso però all’attuale dirigenza mi viene da piangere per lo sconforto.

  • Complimenti, gran bella recensione

  • Ottima recensione per un ottimo libro che ho divorato questa estate con le lacrime agli occhi. Era lo Sport con la S maiuscola, pieno di valori. Era il mio sport, quel calcio. Niente da spartire coi mercenari di oggi. Purtroppo.

  • Grazie ragazzi. Adoro leggere e scrivere e mi piace molto dare il mio contributo qui. Ci vuole un po di pazienza ma vale la pena leggerlo.

  • Maledetto tempo… Non vedo l’ora di iniziarlo… Magari durante le feste di Natale ci riuscirò… Ho letto pareri molto contrastanti, sono curioso 😉