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Pride & Honour

di Stefano Iaconis

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In principio fu il calcio. E fu Liverpool Real Madrid. Fu a Parigi,nella culla del romanticismo fatto citta’, nel momento in cui Liverpool e Real rappresentavano, per eccellenza, tutto quello che di piu’romantico viveva nel football. In principio, potenza del destino, fu in campo neutro. Per la piu’prestigiosa delle coppe: quella dalle grandi orecchie. Quella che reds e blancos, assieme, hanno sollevato verso i cieli sparsi di mezza Europa per quindici volte. Quindici su cinquantasette edizioni, una proporzione mostruosa. Un quarto di vittorie condensate nella bacheca di due sole squadre. La storia. In principio fu un singolo episodio, in un periodo di fulgore massimo per entrambe, L’episodio unico in una saga mai scritta e solo immaginata. Immaginata da tutti. Una fantasia per “malati” di questo sport. In principio fu Anfield Road contro Santiago Bernabeu. E si guatarono solo da lontano. Le tane che il mondo pallonaro chiamava tempi. Edificati per la gloria del calcio. Nei quali tribu’dai colori perfetti, come il rosso ed il bianco solo sanno essere, evocavano spiriti e magia. Avvenne solo a Parigi. Solo quella volta, in principio. Un principio che divenne fine senza che mai piu’ ancora potessero incrociare i ferri. Due guerrieri giganteschi di fronte in quella sola sera parigina, Aiace ed Ettore sotto la torre Eiffel. Il duello cantato da Omero durato un giorno intero, descritto,quella notte dai bohemiens sulle rive della Senna, Questo in principio. Il principio e basta. Poi venne il Liverpool del quinquennio Beniteziano nella coppa divenuta, per la volonta’ del cambiamento che anche il calcio richiese, Champions League, il Liverpool erede di Istanbul, quelle che nelle partite di meta’settimana rinverdiva i fasti dei reds anni ’80. Quello dell’Anfield fortress, delle notti da rullo di tamburi e fiaccole, di imprese epiche e di vittorie da scrivere nei libri da consegnare ai posteri. Il Liverpool che un novello Wagner avrebbe celebrato, se avesse potuto, con cavalcate di valchirie e dei che abitavano il tuono. Un Liverpool che in patria si atterriva alla vista della potenza crescente del nuovo che avanzava,il Chelsea, che si piegava dinanzi allo strapotere dello United del vate “Fergie”, e che subiva rabbioso il fascino Wengeriano di un calcio che faceva proseliti, ma che in Europa si ammantava della sua leggenda e faceva risuonare il suo grido di guerra. In quel medesimo tempo i real blancos, i madrileni che di li a poco avrebbero progettato campagne acquisti faraoniche, in nome di un calcio completamente mutato e la cui genesi affondera’le sue radici in due clubs spagnoli che si apprestavano a cambiarne le sorti a suon di moneta sonante, erano ben lungi da quella gloria che li avrebbe ricondotti prima sul trono di Spagna e poi su quello continentale. E furono sconfitte per quelli che oggi chiamano galacticos. Sconfitte sonore. Tanto che ad Anfield,nello stadio che finalmente ne ospitava le maglie bianche dal fascino eterno, fini’ 4 a 0. In una notte da fiumi di birra. Una notte cui ne segui’un’altra, poche settimane piu’ tardi, quella del gol di Benayoun in un Bernabeu domato e ammirato. Roba da far girare la testa. Fu un secondo principio. Con lo stesso finale. Poi pero’ venne un’altra sera. Quella della vendetta blanca. Della presa di Anfield, di una lezione di football che dalle parti del Lancashire non si era mai vista, almeno nelle coppe continentali nemmeno nei periodi piu’bui. La notte in cui i madridisti travolsero il Liverpool a domicilio, nel tempio, quello edificato per raccontare le gesta dei redmen e che, invece, racconto’altre gesta: quelle di un ragazzo dai capelli brillanti di gel,del suo talento inaudito e dei suoi companeros capaci di annientare gli uomini di Brendan Rodgers con 23 minuti di calcio uraganico. Soli 23 minuti per poi ritrarsi come fa un’onda anomala che tutto travolge, e trasformare una sfida,leggendaria nell’idea, in una qualsiasi partita di calcio dove spesso il piu’ forte si impone e basta. Con il puro peso del talento. Senza alcuno spazio per il pathos, senza batticuore, tamburi, senza il soffio arrogante dell’imprevisto a calamitare l’attenzione e rendere una partita un evento unico ed irripetibile. In principio fu il calcio. E tutto quello che il calcio poteva raccontare. In principio fu il football, quello delle narrazioni attorno ai fuochi nei pomeriggi di gelo. Reds contro blancos. Il rosso contro il bianco, il colore che chiama l’assoluto e quello che richiama la passione. Dante avrebbe usato forse Liverpool e Real Madrid per cantare il Paradiso e l’inferno. Regni ultraterreni del football. Real Madrid contro Liverpool, non importa quali siano le condizioni, rappresenta la storia di questo sport. Onoriamola, redmem, comunque finisca.

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