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Perdere e perdersi in una bolla di sapone

L’ὕβϱις (hybris) è la tracotanza, l’eccesso, la superbia. Il peccato che ha sprofondato eroi e semidei della mitologia greca, vittime dell’ira e della vendetta degli dei.

Getty

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La superbia si paga. Spesso anche quando è giustificata; sempre quando non lo è affatto. Quando si è calciatori professionisti, sia parte di uno degli undici più blasonati della storia del calcio, sia riserva in un club di dilettanti, indossare una maglia dovrebbe essere un giuramento, un tacito contratto. Calcare un campo da calcio dovrebbe significare mettersi al servizio di un’entità superiore a sé stessi. Bisognerebbe correre dietro ad ogni pallone, anche quando la situazione si fa disperata. E non soltanto quando la situazione si fa disperata. Da troppe partite, i giocatori del Liverpool scendono in campo sentendosi già i tre punti in tasca, con la sensazione di avere tutto il tempo del mondo. Sentendosi forti del proprio nome e finendo poi per rivelarsi terribilmente inadeguati a portarlo sulla maglia, dal lato del cuore. Questo pomeriggio, uno degli ultimi del Boleyn Ground, a stento impostiamo un’azione, ipnotizzati da un avversario che non ci sta a farsi prendere poco sul serio. Una fiammata di Ibe esce per questione di centimetri, ma in generale gli Hammers chiudono bene gli spazi: non si passa al centro, non si passa a sinistra, non si passa a destra. Noi sentiamo di avere tempo, tanto che li lasciamo ripartire, li lasciamo crossare, lasciamo libero l’uomo nell’area di rigore. Ci lasciamo trafiggere. 1-0 al decimo minuto. La classica doccia fredda farebbe presupporre un qualche tipo di risveglio, una reazione d’orgoglio. Il dato del possesso ci vede nettamente alla guida del gioco, eppure guardando la partita si ha la sensazione di non essere in grado di farcella, non essere in grado di scardinare la difesa, di segnare, di vincere o quantomeno di pareggiare. Inizia la lunga tiritera dei tiri da fuori da parte di Coutinho e di Ibe. Non frantendetemi: preferisco giocatori che tentino il tiro quando trovano lo spazio, piuttosto che proseguire un’azione che magari finirebbe in nulla, tra le braccia del portiere o sul fondo del campo; ma sistematicamente il pallone finisce di diversi metri lontana dai legni. Al quindicesimo, la fortuna ci grazia facendo finire un gran tiro da fuori di Lanzini contro il palo pieno. Ci prova anche Cresswell, solo, da posizione leggermente defilata, ma Mignolet risponde nonostante la deviazione di Clyne. Solo negli ultimi dieci minuti (o meglio, cinque più cinque di recupero) del primo tempo, la squadra si scuote davvero ed inizia a farsi vedere in campo. Qualche buona giocata di Firmino, le belle discese dei terzini sulle fasce. Cresciamo, usciamo dallo stallo della metà campo e ci portiamo in avanti con più uomini, fino all’episodio che potrebbe cambiare totalmente la partita: Clyne mette in mezzo, Firmino appoggia fuori, un bellissimo tiro di Can. Il portiere si tuffa e dice una preghiera. Non ci arriva. Traversa. Il primo tempo finisce proprio ora, giusto in tempo per spezzarci il ritmo. Nella ripresa, torniamo ad aspettare, a tirare alla disperata da posizioni improbabili, ma oggi non è giorno di miracoli. Il West Ham lo sa e si crea il proprio destino da solo. Noble crossa con il goniometro, Carroll stacca. Abbassiamo lo sguardo, è il momento che aspettavamo da 53 minuti, quello che speravamo non arrivasse mai. Goal dell’ex e sono due. Altre bolle di sapone. Il possesso di palla sterile, innocuo, ci consente di arrivare vicini alla porta solo quanto basta per rischiare il contropiede ogni volta che, inesorabilmente, perdiamo palla. Rischiamo più volte il 3-0, evitato soltanto grazie a interventi incredibili di Mignolet. Nei minuti finali, una serie di calci d’angolo fa presagire almeno il goal della bandiera, che però non arriva. L’occasione più clamorosa è il colpo di testa di Lucas, salvato sulla riga da Noble. Un intervento col braccio nell’area del West Ham lascia diversi dubbi, ma l’arbitro non fischia. In questi casi solitamente si dice “Partita da dimenticare”. Io spero invece che la ricorderemo a lungo, questa sconfitta con un dato di possesso così sbilanciato a nostro favore. Teniamola bene a mente la prossima volta che nella nostra testa balenerà l’idea di lamentarci per una vittoria di misura.

di Carlotta Jude Betti

 

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Una risposta a Perdere e perdersi in una bolla di sapone

  • Leggo cose che mi lasciano alquanto perplesso… Qui sembra sempre che si gira intorno al problema, un grosso problema…Io penso che in nessun campionato calcistico dell’intero globo la squadra così detta “GRANDE” non vince un titolo da oltre 25 anni. Quindi eri grande, ti senti grande, ma in effetti non lo sei… Come ho detto più volte abbiamo introiti da grande, spendiamo (male) quasi come una grande e ci ritroviamo ogni anno con le solite pigne nel sacco. Il discorso è lungo è articolato, si potrebbe organizzare un dibattito su Skype e analizzare tutti i punti che sono davvero tanti e non si limitano agli uomini attualmente in rosa… Queste partite, queste delusioni le abbiamo vissute anche con Gerrard, Carragher, Hyypia, Alonso, Mascherano, Torres, Suarez,Sturridge, Sterling e tanti altri campioni che hanno vestito la nostra maglia…