donazioni

Iscrizioni Liverpool Italian Branch

OLSC Twitter
LFC Official Twitter
This Is Anfield
I Nostri Articoli

L’urlo della fenice

di Matteo Paradiso

La grande festa alla fine della epica battaglia

La grande festa alla fine della epica battaglia

La campana della Cattedrale della Santissima Trinità rintocca la dodicesima ora di una apparentemente tranquilla giornata di inverno. E’ ora di pranzo e l’inconfondibile odore di fritto inizia a diffondersi per i vicoli di Norwich. Il vento sbuffa seppur più placido e clemente rispetto a quanto di solito faccia da queste parti, canta sibili che si amplificano tra le anguste stradine del centro storico, come note sgraziate che fuoriescono da un oboe senz’ancia. L’aroma di malto d’orzo tipico delle birre del Norfolk, leggero e delicato, benevolo invoglia ad un’altra, ennesima pinta, mentre i sottobicchieri si accumulano sopra gli scuri banconi di castagno che narrano di foreste, di cavalieri, di epiche battaglie, di grandiose avventure, di roboanti vittorie, di rovinose cadute.

I Taxi si schierano pazienti lungo le stradine del centro, ed ecco che accolgono i primi avventori. Le sciarpe gialle e verdi cingono il loro collo; la loro espressione, da tranquilla e rilassata, si fa man mano più tesa e turbata, ma anche via via agitata, irrequieta, esaltata. Qualche minuto in macchina ed eccolo, il Carrow Road, che come un tempio si erge sfidando il cielo limpido di Norwich. Il Carrow Road, arena dove oggi avrà luogo l’ennesima, intensa tenzone tra moderni centurioni, odierni paladini, gladiatori con la loro armatura fatta di calzettoni, calzoncini e magliette con quel simbolo, li, a sinistra. Quel simbolo, simbolo di amore, di rabbia, simbolo di infinite gioie e infinite amarezze, odi et amo, alfa e omega, quel simbolo, uno e multiplo, eterno e immortale.
Quel simbolo che parla di guerre, che parla di sangue, che parla di urla smodate, di gioie inattese, ma anche di cocenti delusioni, di dolorosi tradimenti proprio quando il traguardo sembrava li, a un passo. Quel simbolo, proprio quello, per il quale muori un pò ogni settimana, quel simbolo che è quell’amore che ti accieca.

Il tunnel è solcato dai tacchetti dei meravigliosi interpreti di questo epico spettacolo. Un silenzio irreale li fa rimbombare come i rintocchi di una campana che scandiscono l’avvicinarsi del fischio di inizio, ed ecco che si scatena il combattimento!

Firmino, leggiadro, trafigge la debole difesa dei Canaries brillantemente assistito da Milner e infligge la prima ferita ai padroni di casa. Rumorosa è la caduta della Yellow Army: il ruvido, acre sapore della sabbia impasta le bocche degli undici di Alex Neil, ma mentre il gigante rosso sta per sferrargli il secondo, decisivo attacco, ecco che Mbokani prende per mano i suoi e pareggia i conti con un colpo di tacco colpendo il punto debole dell’Armata di Klopp, quelle retrovie così fragili che consentono ai gialloverdi di prendere in mano l’iniziativa.
Ed ecco che ora i ruoli si capovolgono:gli assedianti si trasformano in assediati, gli accerchiati diventano attaccanti, l’esito della disputa improvvisamente torna incerto. Neil è come Cujkov, Klopp rischia di trasformarsi in von Paulus, il Liverpool, da attaccante, come in un dramma wagneriano ripiega precipitosamente nella sua Stalingrado, quella metà campo rovente, infuocata, con l’area che viene costantemente bombardata dalla artiglieria pesante dei Canaries, e con l’arena che, assetata del sangue dei Reds, ulula bramosa di fare del Liverpool un esempio. “Non c’è terra per voi, oltre il Carrow Road”.

Ed è l’odiato Naismith, avversario di mille battaglie, vecchio cuore Toffee, che mette il secondo sigillo. Il Quartier generale trema, Klopp vacilla ma mantiene la calma, si siede, analizza, pensa, studia. Intanto, il popolo di Norwich ruggisce ancora insaziabile perchè i loro guerrieri ricaccino al nord gli invasori, ma ecco che il fischio di Mason giunge come la notte a far tacere le armi.

Un panno di inquietitudine avviluppa tra le sue spire il popolo dei Rossi di Liverpool. Il confronto alla base del Generale Klopp è duro: così non va. Dietro le sue lenti, gli occhi sputano fuoco, fiammate ardenti. La voce risuona roboante e impetuosa, come un torrente travolge le incertezze e le paure dei suoi, storditi, travolti e intimoriti dalla marea Gialla. NON PIU’ UN PASSO INDIETRO.

Il secondo atto va in scena. La tensione sale, i cannoni si schierano uniti, le armi sono cariche, la terra trema. Il fischio di Mason, viene seguito dalle urla dei due eserciti che si caricano vicendevolmente. Tutto o niente. Noi o loro, è il tutto per tutto.

« … liete si apprestano a combattere le Forze del Male e già calpestano il Ponte che adduce ai Troni degli Dei; il Destino ormai sta per compiersi e Heimdallr, il santo custode, suona a gran forza il grande corno di guerra; in silenzio, Odino conversa con la testa di Mimir e da lei cerca consiglio. » (strofa XLVI, Canto della Völuspá)

E’ la resa dei conti, è il Ragnarok. Il grande combattimento finale, con Carrow Road che diventa la pianura di Vígríðr, dove ognuno dei guerrieri si scontra con la propria nemesi, in una distruzione reciproca; dove il lupo Fenrir divora Odino, che quindi sarà vendicato da suo figlio Víðarr. Þórr e il Miðgarðsormr si uccideranno a vicenda, e così Týr e il cane infernale Garmr. Surtr abbatterà Freyr.

Il Crepuscolo degli dei. Hoolahan diventa il gigante del fuoco Surtr, che con la sua spada fiammeggiante distrugge il Liverbird, lo incenerisce: il cerchio sembra chiudersi, il Ragnarok, la caduta degli dei, sembra così realizzarsi.
Ma qualcosa accade. Le ceneri si smuovono, si ricompongono, prendono nuova vita, si uniscono. Il tenue grigio della morte piano si accende, di più, sempre di più, diventando ora giallo acceeso, ora arancio, ora rosso scarlatto. La Fenice si erge maestosa, il suo urlo terrificante travolge il popolo dell’Armata Gialla già in festa, lo prende di sorpresa, lo stordisce prima, lo percuote violentemente poi.

Il gigante giallo si dissolve seppellito dalle urla del Capitano che sferra il primo fendente agli Yellows. Essi, storditi, vengono gettati d’improvviso nel loro peggiore incubo, dal quale non vi è risveglio: il gladio di Milner è il secondo a trafiggere i deboli fianchi dei Canaries che come burro si dissolvono, feriti a morte, agonizzanti.
La gente di Norwich, smarrita, è ora in preda al panico. Un’ultima, disperata resistenza. La bordata da fuori di Bassong, è come la battaglia di Kursk: una vittoria tattica, un illusorio raggio di luce in un cielo grigio, plumbeo, livido. L’illusione, almeno, di non capitolare del tutto. Di non cedere Norwich all’invasore.

Ma la nera cappa del destino si stende su Carrow Road, e Lallana piazza la zampata che sbaraglia gli ultimi, fieri, valorosi bastioni gialli, e tra la Klopp’s Red Army può iniziare il più sfrenato tripudio: la corsa di Lallana è una fiera cavalcata, Klopp accoglie i suoi valorosi guerrieri cercando di cingerli tra le sue braccia. Ogni abbraccio è una decorazione, è una medaglia, ai memorabili interpreti di questa epica, leggendaria impresa.

E’ il triplice fischio che decreta, finalmente, il silenzio delle armi. La notte cade silente su Norwich, le armi tornano a tacere, i fieri gladiatori tornano vittoriosi dalle loro famiglie. Ma, accanto al focolare domestico, tra la tranquillità dei propri affetti, ciascuno di essi ha un pensiero fisso: quel simbolo…quel simbolo…cuore e passione, sangue e tripudio, terra e fango, urla e gloria. Quel simbolo, da difendere sempre a costo stesso della vita. Il loro generale, che li guiderà nella prossima battaglia. E un grido, potente, maestoso, che rompe lo scoppiettio del focolare risuonando come un solenne richiamo nelle loro menti. LIVERPOOL…LIVERPOOL…

YNWA

Comments

comments

4 risposte a L’urlo della fenice