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Le due torri

wembley torri

Le Twin Towers dell’Empire Stadium of Wembley….

La corte sta per trasferirsi nella residenza di Maggio. La residenza preferita del Re, quella dove attendere l’estate, zufolando mentre il vento di primavera accarezza tiepido il viso. La corte va a Wembley, l’antico luogo, il solo, che può sostuirsi ad Anfield. Per tutto quel che rappresenta e per tutto quel che significa. Per il Liverpool ed il suo blasone. Il Re si metterà in viaggio, dopo aver battuto, nell’ultimo torneo che precede la bella stagione, l’avversario venuto da poco lontano, il nobile Blackburn, della medesima contea, il Lancashire, dalla cotta di maglia rivestita con i nastri bianco blu. Il Re si recherà a Londra, con tutto il suo esercito, marciando alla testa di maghi che arrivano da terre lontane, e guerrieri mori dalle movenze aggraziate. E con lui cammineranno giocolieri dal profilo elfico, ed il naso puntuto, “yeomen” scelti, dai muscoli guizzanti e lo sguardo feroce, ed i suoi capitani, perché ora sono due, a guidare le ali dello schieramento scintillante nel rosso che zampilla, uno dei quali cavalcherà al suo fianco per avere l’onore di essere il primo a sedere sul più alto dei 39 scalini del tempio, prima di scrivere la sua leggenda eterna. Il Re marcerà con il sole in faccia, che riverbera sulle altissime mura avvolte nelle nebbie del tempo. E dietro di lui il popolo rosso, intonando il canto di guerra più bello, farà garrire i vessilli, le bandiere, giù giù fino al Tamigi inondato di cremisi. Così Brendan Rodgers, Re dopo un altro Re, scozzese, che venne dal nord per perpetuare la gloria di un club dentro lo stadio nel quale l’Inghilterra scrisse l’unica favola dei suoi mondiali di calcio quasi 50 anni fa, risalirà il lungo viale che conduce a Wembley.

Lo farà il 18 Aprile, o forse il giorno dopo, per sfidare, forse, nella più bella delle semifinali mai immaginate, nella manifestazione che ferma il paese dinanzi alla tv. il Manchester United, oppure l’Arsenal. In una partita che è già un lungo torrente di adrenalina, se solo sussurriamo i nomi delle due probabili antagoniste. Nell’altro caso, la bellezza concupiscente di questo torneo, potrebbe trovare una altrettanto logica conclusione, se i Reds si troveranno a sfidare il Bradford o il Reading, clamorose sorprese fin qui giunte, oppure il W.B.A., e perché no, il Villa. In qualunque caso saranno un Sabato o una Domenica di durevole ricordo. La maestà del football al cospetto della mesta’ dello stadio più bello. La storia del gioco, nella giornata più affascinante, nella competizione più antica, al cospetto del regno del calcio designato per lignaggio. È tutto già scritto, e niente e nessuno potrà impedire che avvenga. Il Liverpool si metterà in viaggio, e prima di farlo, abbassando la celata della sua visiera, abbatterà il Blackburn, disarcionandolo nella polvere per cogliere il premio più ambito. La corte andrà a Wembley. Perché non vi è luogo migliore per attendere l’estate. L’estate del club più magnifico di Inghilterra, quello più nobile. Una volta laddove il Liverpool sta per recarsi, da lontano, si scorgevano il profilo di due torri sulle quali sventolava la Union Jack, simbolo di potere, il medesimo che i Reds detenevano nell’isola di Albione. Quando Brendan e la sua corte, sbucheranno lungo il viale che conduce alle porte dello stadio, per un momento solo quelle due torri riappariranno. Un momento solo, per poi tornare nell’ombra del tempo. Perché tutto, in questa F.A. Cup è fiaba e mistero, favola e sogno. E niente e nessuno potranno cambiare il finale custodito nell’ultima pagina. Quella dove si legge di un uomo in maglia rossa, il numero 8 che campeggia sulla schiena, che solleva nel cielo di Londra il suo ultimo trofeo, mentre dietro di lui i redmen lo acclamano e 40 mila scousers lo chiamano.

Stefano Iaconis

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2 risposte a Le due torri

  • “Lasciate
    che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli
    dei soldi perché acceleri la sua partenza,dato
    che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo. Non
    vogliamo morire con nessuno ch’abbia
    paura di morir con noi.
    Da
    noi in Inghilterra questo giorno è la festa di Santo Crispiniano; chi
    a questo giorno sopravviverà ed avrà la fortuna d’invecchiare, ogni
    anno, alla vigilia della festa, radunerà
    i vicini intorno a sé: “Domani
    è San Crispino e Crispiniano”, dirà e
    rimboccandosi le maniche ed esibendo le sue cicatrici: “Queste
    son le ferite che ho toccate nel dì di San Crispino”.
    I vecchi sono facili all’oblio, ma lui avrà obliato tutto il resto, non
    però la memoria di quel giorno, anzi
    infiorando un poco quel ricordo per quel che ha fatto lui personalmente.
    E allora i nostri nomi, alle sue labbra già stati famigliari –
    Enrico Re, e Bedford, Warwick, Talbot, Gloucester, Exeter, e Salisbury – gli
    ritorneranno vivi alla mente tra i boccali colmi, e
    il brav’uomo tramanderà a suo figlio questa nostra vicenda; ed i Santi Crispino e Crispiniano, da
    questo giorno alla fine del mondo non passeranno più la loro festa senza
    che insieme a loro non s’abbia a ricordarsi anche di noi; di
    questi noi felicemente pochi,
    di questa nostra banda di fratelli: perché
    chi oggi verserà il suo sangue sarà per me per sempre mio fratello e,
    per quanto sia umile di nascita, questo giorno lo nobiliterà; e quei nobili che in Inghilterra ora dormono ancor nei loro letti, si dovranno reputare sfortunati per non essere stati qui quest’oggi, e
    si dovranno sentire sminuiti perfino nella essenza d’uomini quando
    si troveranno ad ascoltare alcuno ch’abbia con noi combattuto il
    dì di San Crispino”.

  • Andiamo a prenderci il trofeo che ci spetta, il trofeo che il destino ci deve.