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Il lungo addio

di Matteo Paradiso

 

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E’ sera. Gli ultimi raggi di sole scompaiono dietro l’orizzonte dell’Albert Dock, disegnando sulla tela blu del cielo strali di tramonto di un arancione tenue, melanconico, come quella strana giornata inglese di fine agosto. Assorto, mentre il suo equipaggio prepara le vele del Drakkar per il lungo viaggio, Re Daniel è lì, con il mento chino sulle mani appoggiate sopra la balaustra, che, stremato dalle sue tante battaglie, compassato, si gode quello spettacolo.

Lo sguardo duro, l’elmo bicornuto che riflette gli ultimi tenui sussurri del sole, e quelle mani, quell’acronimo inciso a fuoco sulle sue dita, tradiscono la sua origine vichinga, nobile stirpe di sangue battagliero, fiera, austera. Il silenzio tutto intorno, s’odono solo le voci dell’equipaggio di quella nave, ormai quasi pronta per il lungo viaggio. Dopo una campagna lunga 9 anni, si torna a casa, destinazione Brondby.

Mentre un sospiro di vento asciuga una lacrima che scende giù dai suoi occhi vitrei, Re Daniel è attraversato da un fiume in piena di ricordi, di emozioni, di sentimenti, talmente forti da render forse vano qualsiasi tentativo di esprimerli. Le mille battaglie, i mille compagni che si sono man mano alternati accanto a lui in questa lunga, stupenda, epica avventura che ora trova il suo epilogo. Chi è rimasto, chi ha continuato a lottare al suo fianco, chi lo ha abbandonato. I ricordi si accavallano, le emozioni si sovrappongono. Ma, da buon vichingo, la sua espressione rimane compassata, impassibile, quasi a voler celare quello che in realtà ha dentro. Se non fosse per quella unica, amara, maledetta lacrima che solca il suo viso così duro, così battagliero, eppure così colmo d’amore, di lealtà, di affetto.

Tutt’intorno, il silenzio, rotto solo sporadicamente dalle urla dei gabbiani, che appaiono solo contorno a quel meraviglioso, ultimo tramonto. Re Daniel, ancora appoggiato a quella balaustra, chiude per un momento gli occhi.

E subito è il 2007, Anfield. Gerrard, il suo eterno Capitano, serve corto il suo fedele vice. Un fulmine, che Cech non riesce neanche a vedere partire. E’ 1-0, e il suo amato Liverpool vola ad Atene.

Un sospiro, un sussulto. Un singhiozzo.

L’immagine della delusione di quella notte greca, la rivincita degli avversari beffati due anni prima, svanisce brevemente. Ora è il 2008, è l’Emirates. È l’1-1 londinese, è il sorriso sgraziato di Kuyt, che ha appena pareggiato l’1-0 di Adebayor. L’istante successivo, sono 15 giorni dopo. E’ Anfield, è lo scoppiettante 4-2 che ricaccia i demoni all’inferno e l’Arsenal fuori dalla magia di quelle uniche, inimitabili notti europee, dopo il grande spavento. Ma l’istante successivo è Stamford Bridge, è un’altra terribile delusione, dura, dopo un’altra epica e spettacolare battaglia. Ma non è sufficiente: sugli annali si scriverà che sarà il Chelsea ad andare a Mosca.

Ed eccolo Re Daniel, riaprire i suoi occhi, ora umidi, benchè ancora inespressivi. Si affaccia dalla balaustra, dove il Mare del Galles, oggi piatto come un panno perfettamente teso, specchia il suo volto segnato da mille cicatrici. E una piccola, ulteriore lacrima abbandona il suo viso e si tuffa nel mare, disegnando cento cerchi concentrici. Cerchi d’acqua, che diventano improvvisamente la ola della Spion Kop. Siamo di nuovo a Stamford Bridge, siamo ora nel 2009. L’ultima, grande notte da Liverpool, in un batti e ribatti di emozioni, di gol, di illusioni, di attese, e di speranze. Invane purtroppo. C’è Aurelio, c’è Xabi, c’è il 2-0, ma drasticamente la doccia fredda. Drogba, Alex, Lampard, suonano quello che sarà un lungo addio per il Liverpool, l’amato Liverpool di re Daniel, a quelle notti magiche, destinate ora ad esser vissute da altri. Lucas, di nuovo l’altro romantico guerriero Kuyt, provano a tirare fuori l’”Invincibile Armata” dall’inferno, ma di nuovo sir Frank ribadisce, come un rintocco funebre, la fine di un’era.

Ed ora è Xabi che se ne va, sdegnato, triste, arrabbiato, da Liverpool. E’ ora Sami che dice addio, è Carra che decide di voler riporre per sempre le armi. E’ Torres, compagno di tante di quelle battaglie magiche di quelle notti stellate, che volta le spalle a tutti.

Ed è ora lui, l’eterno guerriero, King Daniel, che gioca 10 minuti di partita con un trauma cranico. E’ troppo l’amore per il Liverpool, per quello stemma, per quell’acronimo, per la sua gente, per decidere di non rischiare la sua stessa vita per la nobile causa. Il suo sangue, rosso rutilante come l’eterna fenice, è più forte di qualsiasi impedimento fisico, la sua anima sembra essere forgiata nella fucina del Valhalla da Odino in persona. Il Liverpool vince, Daniel compie un ennesimo passo verso l’eterno.

I ricordi recenti si fanno confusi, distorti, tristi. Gli infortuni che falcidiano il suo unico punto debole, quei muscoli, quei maledetti muscoli di cristallo; gli anni di anonimato, le speranze, le illusioni, puntualmente svanite. La parentesi felice della Carling Cup, la cacciata di Kenny. L’arrivo di Rodgers, l’esplosione di quel numero sette, con quel sorriso da fumetto e i piedi da sogno. La cavalcata dello scorso anno, il triste epilogo.

Lo scivolone, la Caduta del Capitano, il Crepuscolo degli dei, in un incubo decadente di wagneriana memoria. Il suicidio di Selhurst Park.

L’ennesimo morso del principale artefice di quella magnifica, incompiuta cavalcata. L’ennesimo addio, l’ennesimo, ultimo idolo a voltare le spalle.

Una mano, si appoggia sulla spalla di Re Daniel. E’ un membro dell’equipaggio, che lo guarda attonito. King Daniel, completamente assorbito dai suoi ricordi, dalle sue visioni, non se n’è accorto, ma è accovacciato, sfinito, triste. Alza lo sguardo verso quella mano sulla spalla. Le lacrime ora scorrono copiose sul suo viso da duro. I singhiozzi sono incontrollabili, la tristezza adesso ha la meglio.

-Mio Capitano…la nave è pronta.-

Ma King Daniel è ora sopraffatto. Il suo equipaggio si stringe intorno a lui, incredulo. Egli si appoggia su due di loro, fa qualche passo, poi li sposta con un gesto garbato. Fa qualche passo per allontanarsi, si volta verso i suoi. Rimette l’elmetto.

-E’ ora di salpare-, dice.

E così, mentre la nave molla gli ormeggi, King Daniel da un ultimo, lungo saluto a quella magnifica Fenice, simbolo di quella città, di quella gente che tanto ha significato per lui.

E’ sera. Gli ultimi raggi di sole scompaiono dietro l’orizzonte dell’Albert Dock, disegnando sulla tela blu del cielo strali di tramonto di un arancione tenue, melanconico. Da oggi, il Valhalla ha un guerriero in meno.

A Daniel. Grazie per quello che sei. Non ti dimenticherò mai.

YNWA

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6 risposte a Il lungo addio

  • Solo lacrime… Farewell CAMPIONE!!!

  • THANKS FOR THE MEMORIES DANIEL
    YOU’LL NEVER WALK ALONE….RED FOREVER !!!

  • Leggendo il tuo splendido articolo,è come se vivessi quel viaggio verso le terre scandinave in prima persona.E’come se provassi io quello che prova Daniel.Un fiume di ricordi,di emozioni,e del tempo che fu che,purtroppo,non torna più.I ricordi di gioventù e delle esperienze passate che,come nello specchietto retrovisore,scorrono lontane nel tempo.Ti dirò che mi fa molta specie leggere dell’addio di Daniel;non ero preparato assolutamente.Un grande uomo,un grande giocatore al quale la dea bendata ha voltato troppe volte le spalle.Se solo quei muscoli avessero retto…A presto Daniel…e salutami le “mie” terre.

  • Purtroppo se ne va un altro grande idolo. Personalmente non ho mai avuto un grande amore per i campioni, per gli Owen, i Suarez, i Torres, invece ho amato alla follia gli Agger, i Carra, gli Hyppia, i Kuyt, ecco perché ni sento triste per Daniel. Purtroppo Rodgers non lo vedeva, gli preferisce il legnoso Sakgo. Lungi da me criticare Brendan che insieme ad Houllier è il miglior allenatore dei Reds dopo l’epoca d’oro, però mi dispiace che Daniel non termini la sua carriera con noi. Ciao Daniel, buona fortuna, you’ll never walk alone.

  • mi mancherai

  • articolo molto bello…YNWA