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FEBBRE A 90 E OLTRE

Il nostro punto di vista…

Fermi, fermi, fermi. Riavvolgete il nastro. Ho ancora i fumi della birra in testa, ho ancora malto e luppolo in circolo. Ci serviva una partita morbida, per poterli sopire. E invece nulla. Fine ottobre, primi freddi, soprattutto se si viene dall’Italia e lo sbalzo termico è notevole. La magia non chiede spiegazioni: Premier, FA Cup, Coppa di Lega, poco conta. C’è Liverpool-Arsenal, secca, al massimo se si pareggia si va ai rigori. Che poi io la chiamo Coppa di Lega perché “Carabao” pare un ballo latino-americano che fa proprio schifo. Era meglio quando si chiamava “Carling”, o “Littlewoods”, più nazionalista, più identitario, che ne so. Comunque, la via stavolta è lunga, almeno per il sottoscritto: Londra e treno di quasi quattro ore verso il nostro angolo di paradiso, che se lo dici alla media delle persone che preferiscono i viaggi nei paesi esotici, ti prendono per pazzo. Liverpool, sì, Liverpool. Qualcosa in contrario? Il Liverpool Italian Branch, che ormai da tempo si può dire abbia spiccato il volo, è presente con molti elementi. Di qualità, aggiungo. In tutti i sensi. Ho letto mille volte “Febbre a 90”: è il manifesto dell’essere tifoso, è un libro didattico per un calciofilo, un libro che coinvolge il pallone ma non parla necessariamente di calcio, bensì di molto di più. La partita di Nick Hornby, che nel 1989, trent’anni fa, gli fornì un capitolo d’eccezione quale quello 0-2 all’ultima giornata che consentì ai Gunners di vincere il titolo al fotofinish per differenza reti, è sempre in agguato. In campionato è andata bene: 3-1. Qui invece dentro i ragazzini, da ambedue le parti, con qualche genitore (Milner, Origi su tutti) a tenerli per mano. Fa nulla: stadio quasi completamente esaurito, macchia biancorossa dovunque, anche nella Anfield Road lower, tutta destinata ai tifosi arrivati da Londra. Noi preferiamo passare più tempo al pub che nelle adiacenze del nostro tempio, ma a una certa si fa ora di procedere. Sciarpe rosse al collo e tanta gradazione in corpo, ci disperdiamo dentro la nostra chiesa: la liturgia laica inizia, come sempre, con You’ll Never Walk Alone. Ecco, da questo punto in poi dobbiamo un attimo tornare a quando eravamo ragazzini: l’adrenalina che ci pervadeva al Luna Park o nei grandi parchi a tema, quando stavamo per salire su una delle giostre più avventurose e pericolose del luogo. Perché ciò che accade dal minuto numero 6, quando Mustafi mette nella sua porta un cross di Brewster, è qualcosa da tramandare ai posteri. Delusione e speranza si alternano in un flipper allucinante. L’Arsenal ne fa tre, poi accorciamo prima della fine del tempo con il solito implacabile rigorista Milner.

Il rigore di Milner che sanciva il 2 a 3

Le birre hanno provocato una voragine, che riempio con cibo all’intervallo. Incrocio vicino a me due dei tanti supporters stipati di fronte ai banconi: “Vengo dall’Italia”, “Oh, my favourite country”. E poco prima, anche chi era seduto al nostro fianco si era meravigliato di cotanto amore a distanza per il cormorano stampato sulle maglie rosse. Amicizia, lealtà, supporto, in una parola, famiglia. Bando alle ciance, torniamo su, c’è il secondo tempo. Speriamo di ribaltarla. Macché: 4-2 loro proprio sotto la Anfield Road. Gli stewart a fatica contengono la massa esultante. Ad Anfield non si passa da quasi una cinquantina di partite, per cortesia, non scherziamo: 4-3 e 4-4. Chamberlain (benedetto il suo rientro) e Origi, due delle “mamme” in campo, ci tengono su. Poi arriva il 5-4 dalla grande distanza, a dire il vero l’unico gol dei cinque che non regaliamo. “Five-four, to the Arsenal!” sale alto dalla nostra destra. Silenzio, diversamente biancorossi: c’è ancora Origi che rovescia in porta il clamoroso pareggio. Da consumato computer calcistico per quanto riguarda i risultati storici, trovare un 5-5 è un’impresa più ardua, me ne vengono in mente due: un Olanda-Belgio di qualche anno fa, valido per non so cosa, e l’ultima di Ferguson a West Bromwich, nel 2013, con il Manchester United.

La magia in notturna di Anfield

E insomma, si tira dagli undici metri. Lassù, nella Dalglish o nella Main Stand, o anche tra coloro che sono in Kop, l’alcool è come se circolasse ancora. Kellerher, irlandese di Cork, paese che da queste parti ha un legame forte con la città, para quello che è sufficiente per farci andare ai quarti di finale. Curtis Jones, classe 2001 nativo di Liverpool, che poco prima dell’ora di gioco aveva sostiuito Keita, trasforma quello che è la certezza dei quarti di finale. Il racconto di Hornby del 1989, in “Febbre a 90”, si intitola “Il più grande momento in assoluto”. Capiamo perfettamente, Nick: stavolta anche per noi è stato il più grande momento in assoluto. E adesso tutti al “The Park”, traboccante di gente in rosso: scesi dalla giostra, rintronati come se ci avessero preso a schiaffoni dopo un paio d’ore da infarto, non ne vogliamo sapere di abbassare la gradazione. E laggiù, nella Anfield Road lower, dietro la porta, non canta più nessuno.

Il sottoscritto con altri amici dell’Italian Branch

di Stefano Ravaglia

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