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CUORI IMPAVIDI

È la ventunesima giornata di Premier League, sponda Manchester. Incredibile come lo stesso colore possa avere sfumature così diverse, totalmente opposte. Un odio calcistico con pochi eguali e a soli 57 km di distanza, non a caso, questo è il derby della Corona. Non si scende a compromessi quando ad affrontarsi ci sono loro, non ci si tira indietro mai. Steven Gerrard baciava lo stemma cucito sulla propria maglia numero 8 sfilando davanti ai tifosi dello United, Suarez insultava Evra con la stessa rabbia con cui lo facevano le curve, non ci si limita allo sfottò si va avanti senza pietà, senza rispetto, tirando in ballo, da vili, anche chi ha perso la vita, forse la mossa peggiore per alimentare l’odio. Gli scontri infuocati nel rettangolo di gioco, tanto fisici quanto verbali, i contrasti vinti che hanno il sapore di un goal. Ognuno. Un passaggio sbagliato e sale l’adrenalina, un fallo subito e gli occhi color rubino carichi di rabbia.

The battle of britain

The battle of britain

Questa non è una partita qualunque. È scendere sul campo di battaglia armati fino ai denti, per tornare a casa con la testa del nemico o, se non vi si riesce, senza la propria. La truppa di Mourinho è compatta, sulla carta potenzialmente più forte, ma in guerra si sa conta il cuore, il coraggio. E il soldato Klopp ne ha da vendere. Il suo plotone è in dormiveglia già dalla sera prima, sa che nella notte qualcuno potrebbe bussare alla porta e loro devono farsi trovare pronti, non abbassano la guardia, agguerriti e indomabili hanno già lo scudo in spalla e il pugnale sotto il cuscino. Impossibile prenderli di sorpresa, sono pronti all’assalto. Con qualche soldato costretto all’esilio e qualcun altro ancora a leccarsi le ferite, sta a chi rimane portare alto l’onore. Senza scuse, senza paure, senza banali giustificazioni. Non si devono fare sconti, non è ammesso un epilogo diverso dal costringerli alla ritirata. Se foste in grado di mettere da parte l’antipatia che riservate nei confronti degli scozzesi, questo match lo paragonerei alla battaglia di Stirling (No no, non ho detto Sterling). E per chi non avesse avuto la voglia o il tempo di aprire un libro di storia, rifacciamoci al grande schermo (Se non avete visto neanche Braveheart… Aspe’: Come può uno non aver visto Braveheart?!). Prendete Mel Gibson in Braveheart con la faccia bianca e blu, sostituite il blu col rosso e Gibson con Klopp. Avvertite il coraggio che infonde ai poco fiduciosi soldati di fronte alla distesa di combattenti inglesi. Ricordatevi le parole, una ad una, ricordatevi i ranghi che si sciolgono per poi ricomporsi e con l’imponente forza di chi crede, ricordatevi la vittoria. Questo si chiede, niente più di una semplice vittoria. Che sia sofferta o leggendaria, titanica o tormentata, questa volta conta poco. Basta battersi valorosamente, essere indomiti e impetuosi. Undici gloriosi soldati impavidi, più uno. Colui capace di architettare strategie infallibili, capace di guidare le proprie milizie verso finali epici. Jurgen ce la metterà tutta, nessun altro sarebbe stato più appropriato. È il condottiero che Liverpool chiede, il generale capace di muovere i fili, il comandante capace di dettare le regole, il migliore tra tutti i poeti guerrieri, l’unica via in grado di portare alla libertà.

Jürgen Klopp di certo non è soddisfatto delle ultime prestazioni

Jürgen Klopp di certo non è soddisfatto delle ultime prestazioni

Per rendere tutto ancor più suggestivo e memorabile, bisogna far si che la pioggia di Manchester lasci spazio alla notte fonda, benché siano solo le 17 in punto di una glaciale domenica di Gennaio, bisogna lasciare la città immersa nel buio più totale, in modo che, tutt’a un tratto si possano scorgere delle monumentali fiamme stagliarsi contro il cielo scuro, delle fiamme che paiono provenire proprio da lì: all’Old Trafford, il divamparsi di un incendio disastroso. Fiamme rosse, e nessun rumore. Poi qualche ombra, un uomo dai capelli biondi, con al seguito i suoi undici soldati. È l’armata rossa, la  maledetta armata di Klopp, che risorge dalle ceneri dopo aver devastato tutto. Questo è l’unico finale che Liverpool sarebbe in grado di accettare.  Meno romanzato, con meno roghi, meno armi e meno duelli. Nessuno scontro a fuoco solo tackle, rabone, no-look, sombreri, elastici e doppi passi. Ma una cosa deve restar uguale, la devastazione di un Old Trafford in cui nessuno riesca più a cantare, una razzia a suon di goal. Per far si che dopo il triplice fischio, dal settore ospiti si elevi verso il cielo un imponente “You’ll never walk alone”.

E sulla via del ritorno canteremo la nostra gloria, scandendo ogni passo con fare deciso, fino ad arrivare innanzi al cancello della nostra fortezza. Lì, troveremo qualcuno già pronto a banchettare con musiche vigorose, danze gioviali e tavole imbandite. Ma attenti, perché nella tragica ipotesi in cui torneremo a casa sconfitti, ahimè, dovremo pregare anche per il rancio.

YNWA

YNWA

di Anna Cencia

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