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Passo dopo passo

Da sabato scorso, la voce non è ancora tornata del tutto. E forse, di tanto in tanto, riguardiamo ancora i goal di Coutinho e Benteke. Ma quella di questa sera è una partita del tutto diversa, in un’altra competizione, in una terra straniera e lontana da casa.

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Rete importantissima per la ritrovata promessa…

 

A bordo campo, Jurgen Klopp si stringe nel bavero del suo giubbotto grigio. Per un momento, sentiamo un brivido di freddo anche noi.

Ancora non ci siamo abituati a quest’uomo che prende i ragazzi tra le braccia alla fine di ogni partita, che guarda al futuro con ottimismo. Ci piace molto, ci riempie di calore, ma una parte di noi (che puntualmente zittiamo, ché porta male) vorrebbe prenderlo da parte e dirgli: “Guarda che qui non si gioca in questo modo. Qui, ci teniamo il cuore ben rinchiuso nel petto e i sogni li lasciamo uscire soltanto la notte, perché l’ultima volta è finita molto male”. Ma per quanto ci promettiamo di non cedere all’entusiasmo, questo gigante buono, che oltre che bravo è simpatico per natura, ci spinge a ‘credere‘, e a farlo col suo stesso sorriso.

I ragazzi stanno bene: rincorrono il pallone, sono ordinati e si trovano facilmente. Riesce difficile credere che questa sia davvero la stessa squadra che in tre partite in Europa League non aveva vinto nemmeno una volta. Alla traversa di Milner, sospiriamo: il tifoso del Liverpool sa che questo genere di cose è sempre un presagio, ed ora è solo questione di vedere se positivo o negativo. Il Rubin, però, sembra davvero inoffensivo: con un possesso palla al 30%, nemmeno si avvicina alla porta di Mignolet. Giochiamo solo noi, e giochiamo anche bene; mancherebbe solo prendere in porta, cosa di non poca importanza. Klopp lancia applausi ad ogni tiro, sia che esca di un millimetro, sia che finisca in tribuna.

A fine primo tempo si torna negli spogliatoi sullo 0-0, dopo un vero miracolo del portiere avversario (che di qui in avanti sarebbe bene chiamare Spiderman, ma cercherò di rimanere professionale). Per come abbiamo giocato, meriteremmo un vantaggio anche di più d’una rete. Ci alziamo dal divano, facciamo due passi per casa, e un po’ torna a farsi sentire quella voce di dentro, che dice: “Un altro pareggio in Europa League contro una squadra mediocre proprio non ci vorrebbe”. E noi lo sappiamo bene, perché abbiamo visto la squadra passeggiare, pascolare per il campo, soffrire contro club che non avevamo mai sentito nominare. Ma ci sforziamo di pensare che quelli erano altri tempi, che ora le cose sono cambiate, e poi per fortuna compare in TV il campo della Kazan Arena, perché stiamo finendo tutte le scuse.

La prima, grossa paura svanisce nel momento stesso in cui ricomincia la partita: no, i ragazzi non si sono demoralizzati e non hanno affatto abbassato l’intensità. Lavorano bene, arrivano in area senza problemi, pressano alto le poche volte che perdono palla. Se il Rubin avesse schierato un uomo in porta, e non un muro di mattoni, a quest’ora staremmo tre o quattro a zero. Neanche il tempo di concludere questo pensiero, e finalmente arriva il goal di Jordon Ibe: perfetto il passaggio di Firmino, che lo lancia verso la porta, e perfetto il tiro dal limite dell’area, che bacia il palo prima di entrare in rete. Saltiamo in piedi ed esultiamo urlando contro la televisione, calciando cose e persone, lasciandoci andare a facili commenti sul loro portiere e tutto il suo albero genealogico.

Il match prosegue con un’ottima gara di tutta la squadra, che domina la partita in lungo e in largo, fino all’incirca al 75′. Per la prima volta, ci rendiamo conto che non stiamo giocando da soli, ma che ci sono altri undici in campo e che presumibilmente vogliono farci goal. L’arbitro decide che abbiamo giocato abbastanza e che ora tocca agli altri, perciò fischia ogni volta che cascano a terra. Gli altri, di colpo freschi come rose, non sbagliano un passaggio nemmeno volendo. È il momento della verità. Seduti sul divano, in piedi di fronte allo schermo, in ginocchio sui ceci, il tifoso del Liverpool richiama alla mente ogni vittoria che ha visto sfumare nei minuti finali. “Io so soffrire”, pensa. “Ma loro?” Sembra leggerci nel pensiero, Klopp, che toglie Firmino (esponenzialmente cresciuto dall’arrivo del nuovo manager) ed inserisce Lucas per arginare il Rubin. Contiamo alla rovescia a partire da 300, alzando la voce quando loro tirano in porta, quasi come potessimo deviare il pallone noi stessi usando solo la forza della nostra voce. Entra persino Skrtel al posto di Emre Can, quando manca un minuto o poco più. Al triplice fischio, cadiamo a sedere sul divano, sulla poltrona, sulla sedia. Distendendiamo i muscoli e ci rendiamo conto che li tenevamo tirati da almeno cinque minuti. Chiudiamo gli occhi un momento, per rifiatare, poi li riapriamo. Dallo schermo, il gigante buono ci lancia un sorriso un po’ storto, mentre si congratula con i suoi. La voce della paura è finalmente silenziosa. E mentre, con tutte le nostre forze, cerchiamo di restare aggrappati al nostro pessimismo, figlio di tante ferite che a volte tornano a farci male, ci sfugge un pensiero che fa sorridere anche noi: 

Chissà che non sia questa la volta buona.

di Carlotta Jude Betti

 

 

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2 risposte a Passo dopo passo