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Non chiamatelo gioco

L’accoglienza alla squadra all’ultima giornata vs Wolves

Ma su, è solo un gioco.

Un gioco? Che cos’è un gioco? Mark Twain diceva che giocare consiste in qualsiasi cosa che il corpo non sia obbligato a fare.

E tu come lo chiami quello che succede quando escono i calendari e vai a vedere quand’è la partita contro lo United. Come lo chiami quello che succede quando cerchi di capire come fare per scappare a Liverpool, disertare lavoro, moglie, figli, fidanzate, fidanzati, amici, soldi, serenità? Come lo chiami, quando varchi quei cancelli e il corpo fremita, le mani tremano, le gambe cedono, il cuore sembra volersi strappare dai suoi ancoraggi e abbracciare quelle gradinate che grondano del sudore, del sangue, delle lacrime, dell’amore, di altri migliaia di folli fottuti come te?

E come lo chiami, quello che è successo quest’anno? Come lo chiami, quello che provi quando apprendi che il Liverpool prende Becker Alisson, il portiere forse più forte del mondo? Come lo chiami, quando inizi a vincere partite su partite, quando uno che parte poco più di uno sparring partner ti risolve un derby al minuto 96? Come lo chiami, quello che senti in quel momento? Come la chiami, quella necessità di tirare tutto quello che hai sottomano contro la TV, una scarpa che manco fossi Kruscev all’assemblea dell’ONU, una ciabatta, una lampada, tirare tutto e andare fuori a urlare frasi sconnesse, agitando la maglietta che ti sei tolto anche se è dicembre come una bandiera, una sciarpa, o una sciabola manco stessi per guidare una carica di cavalleria?

E come lo chiami quando ti giochi la qualificazione alle eliminatorie di Champions all’ultima partita decisiva contro il Napoli, e Alisson si inventa una parata incredibile, senza senso su Milik, il suo piede destro linea rossa tra Paradiso e Inferno, alfa e omega, alba o tramonto, quello che in quel momento è per te vita o morte. Quella parata che è oasi nel deserto, è ghiaccio su una ferita, è l’abbraccio di un amico, è il tepore del fuoco in una giornata gelida, è una bottiglia di birra gelata ad agosto.

Lo chiami gioco, questo? Lo chiami gioco quando stai lì, in ufficio, in ospedale, a casa, in macchina, in cantiere o dovunque diavolo tu sia, ad aspettare i sorteggi delle eliminatorie di Champions? Lo chiami gioco, quello che hai fatto quando quella fottutissima palla non entra per 11,7 mm e tu sei li che non sai quale imprecazione pronunciare perché nessuna ti sembra all’altezza dell’enorme rabbia che hai dentro? Quando ti senti talmente carico di furia, di furore che vorresti tagliare l’ultimo ormeggio che ti ancora alla razionalità e lasciarti andare all’istinto puro, alla irragionevole purezza dell’impulso?

Lo chiami gioco, quando giochi contro il Chelsea ed è l’anniversario dei caduti di Hillsborough, e su tutto lo stadio scende un silenzio che non è rotto neanche dal soffiare del vento? Quando neanche quel vento, che tira sempre a Liverpool, anche a luglio, in quel minuto decide di fermarsi e di piangere i caduti della sua città? Quando neanche i gabbiani osano garrire? Come lo chiami quel silenzio? Lo chiami gioco? E come lo chiami, l’Hillsborough Memorial fuori dallo stadio? Gioco anche quello?

Ed è forse un gioco, renderti conto che vuoi qualcosa così tanto che stai male? È un gioco, iniziare la settimana pensando a quello che accadrà al prossimo turno, se il City finalmente perderà qualche punto col Burnley, se tu continuerai a vincere, avere il chiodo fisso di vedere quel trofeo alzato al cielo di Liverpool dopo numero di anni trenta, pensare a tutti i fattori che possano avvalorare il nostro sogno e giungere alla rassicurante conclusione che si, quel traguardo forse tutto sommato è raggiungibile?

Una coreografia della KOP dedicata ai 96

E come me lo chiami, quello che senti quando ti rendi conto che tu vincerai 9 partite di seguito, ma quel trofeo a casa tua non verrà perché il City ne vincerà 14 di seguito? Come me lo chiami, quello che provi quando fai il terzo miglior punteggio della storia del campionato inglese, e non lo vinci perché chi ti è davanti ha fatto il secondo, fottutissimo miglior punteggio della storia del campionato inglese? Come me lo chiami, quando leggi i commenti in giro di gente compiaciuta perché una squadra che A.S. (avanti sceicco) era nota solo perché era la squadra dei Gallagher o perché ci aveva svernato Rolando Bianchi o perché erano i cugini tristi e sfigati dello United, e ora si è comprata a suon di denaro contante trofei, fama e celebrità? Quando senti che quello a cui ti dedichi tanto con amore, passione, sacrificio lo vedi andare a rotoli perché, si, ormai anche qui contano quasi solamente i soldi? Come lo chiami questo senso di impotenza? E’ un gioco anche questo?

E’ un gioco anche quel mix di rabbia da un lato ma dall’altro di amore spropositato verso non solo i tuoi colori, quelli che hai tatuati addosso o nel vero senso della parola (come lo scrivente) o in senso figurato perché sono marchiati a fuoco sul tuo cuore, ma anche nei confronti di un gruppo che è stato commovente nella sua dedizione, nell’amore e nell’impegno che ha profuso ogni fine settimana per continuare a farci sognare contro avversari che erano troppo, troppo fuori dalla nostra portata? Queste emozioni cosa sono? Gioco anche questo?

E non venitemi a dire che è un gioco quello che è successo il 7 Maggio dell’anno del Signore 2019. Quando, una settimana prima, sembra che chiunque sieda ai piani alti si diverta a torturare chi parteggia per questa squadra disgraziata come un bambino che infilza una mosca con uno stecchino per darle fuoco molto lentamente. Il destino che ti consegna la squadra in cui giocano due che ti hanno voltato la faccia per “andare a vincere altrove”, perché tu per loro non sei abbastanza, come la ragazza che ti molla per quello più bello e più ricco: hai la possibilità di cacciarli a calci da quella competizione che tanto bramano, vai a casa loro, li massacri ma prendi il primo gol da un ex bastardo che ti esulta in faccia e che fa di tutto per farsi odiare da te, come la ragazza che subito dopo averti mollato si fa vedere sotto casa tua con un altro; il secondo lo prendi da uno dipinto come un extraterrestre ma che lo segna perché passava lì per caso; e, beffa tra le beffe, prendi il terzo come un eurogol dallo stesso extraterrestre che di conseguenza viene incensato come il nuovo Dio terreno del football mentre per tutto il resto della partita ha sonnecchiato beatamente, tra le urla smodate di sedicenti telecronisti che per un qualche arcano e oscuro motivo ce l’hanno tanto per la squadra per cui tifi. No, non era un gioco neanche quello, e neanche il palo che Salah prende a fine partita, e tu sei li, passivo, come a voler dire agli astri interi che delle stelle non te ne frega niente e che il cielo può anche diventare tutto nero, tanto si intona con il colore del tuo umore e della tua anima e arrivederci.

E una settimana dopo, il “gioco” cosa ti propina? Uno stadio pieno fino all’orlo, di folli, pazzi scriteriati che credono ad una impresa che è talmente impresa che neanche è concepibile dalla mente umana se la metti sul piano razionale. Ma quella sera, razionale se n’è rimasto a casa, è un aggettivo che ad Anfield non ha proprio messo piede. Quasi 60000 persone a crederci, a correre, combattere, sudare, lottare. Più quelli a casa. Davanti, gli undici marziani di una settimana prima sembrano gli scolaretti dispersi dei film horror. Che decidono di dividersi. E arriva il primo, e tu sei lì che dici “ok, forse gliela facciamo sudare, almeno quello”. Poi ancora Alisson che ti para di tutto, e Virgil che fa sembrare Messi Meggiorini e Suarez Esnaider. E il rigore che non danno a Mané? Tipico, perché comunque non basta che non passi, devi avere sempre anche da rosicare, da recriminare, con il Liverpool è cosi. Ti stai preparando già al peggio, anche quando vedi Robertson che esce acciaccato a fine primo tempo, poi che succede? Succede che tutti i folletti della vicina Irlanda invadono Anfield e seminano quello che per noi è follia pura, per gli altri è orrore nero. Gini entra e fa il pazzo, segna una doppietta tra il 54’ e il 56’ (gli stessi minuti di due dei tre gol rimontati ad Istanbul nel 2005), ti ritrovi 3-0 con uno stadio ormai che è talmente fuori controllo che pensi possa decollare come in Pearl Jam da un momento all’altro, e manco sai come. Stai iniziando a sperarci ma non hai tempo di metabolizzare, ti ci hanno catapultato. E Trent, ti catapulta nel 4-0 con una invenzione assurda e con Origi, lo Sparring Partner di prima che forse forse ha la stoffa per fare il pugile vero, che da un destro ai vari Messi, Suarez, Coutinho e amici vari e li manda definitivamente dove meritano di stare: a tappeto, zitti e muti, loro come tutti quelli che dopo la partita dell’andata facevano facile ironia su di un popolo che mai, mai ha insegnato la storia devi dare per morto.

E poi i minuti che seguono? Gioco anche quello? Quando un secondo dura qualcosa come 13 anni, il mondo intorno a te rallenta precipitosamente, e tu sei lì che ti aspetti la fregatura, perché sarebbe tipico da Liverpool, fartici credere fino alla fine per poi farti maledire il mondo. Ma i ragazzi hanno deciso di fare la storia. La fregatura non arriva.

Finisce la partita e non capisci più niente: urli senza rendertene conto, sei in ginocchio davanti la TV e Dio ti maledica se sai come ci sei arrivato, ti ritrovi gli occhi bagnati come il vecchio della canzone di Guccini, intanto vedi Klopp che fa il matto e abbraccia tutti, e tutto quel gruppo, quel gruppo a cui ti stai legando così, va davanti la curva e intona quel canto…You’ll Never Walk Alone, il “patto tra la gente”, come lo chiamava Gerrard, e tu ti rizzi in piedi, mano sul cuore manco fosse il tuo inno nazionale, e canti e piangi, e piangi e canti.

E quando verrà l’epilogo di questa stagione, comunque andrà, ti lascerà…qualcosa. Perché sei stato parte di una storia che comunque vada è stata enorme, gloriosa, leggendaria. Perché hai gioito, hai sofferto, hai amato, hai odiato, hai urlato, hai pianto, hai imprecato, hai esultato. Hai vissuto. Cosa sarebbe l’uomo, se fosse privato delle sue passioni, della sua capacità di sognare, di provare emozioni così intense, estreme, al limite?

Sei stato un uomo, con tutte le sue bassezze quando sei stato becero ma anche con tutto il bello che è proprio dell’uomo, per l’amore immenso, eterno ed incondizionato che è capace di dare, e che io, tu che leggi, ognuno di noi, quest’anno, è stato capace di dare.

E voi, questo, signori miei, me lo potete chiamare come volete.

Ma non chiamatelo gioco.

La squadra e il pubblico che cantano all’unisono il YNWA dopo la gara vs Barcellona

 

di Matteo Paradiso

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