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La grande bellezza

di Matteo Paradiso

Il benvenuto riservato  dall'Exeter all'ingresso del settore ospiti del St.James alla Travelling Kop.

Il benvenuto riservato dall’Exeter all’ingresso del settore ospiti del St.James alla Travelling Kop.

E’ inverno. Gennaio mette il gelo nelle ossa. Il Dover Strait Wind, come lo chiamano da queste parti, il vento del Canale della Manica, soffia furioso sputando fiotti di fine, quasi appena percettibile ma fittissima pioggia gelida sui tetti spioventi delle case del Devon. Le auto e i taxi scorrono ordinatamente lungo le strade che si snodano per Exeter, l’antica Isca Dumnoniorum, fondata dai romani nel 50 d.C. e insediamento più ad ovest dell’Anglia Imperiale. I verdi giardini delle casette con i mattoncini rossi si impregnano della fine pioggia di quello che sembra essere un giorno come un altro in città. Ma questo non è un giorno come un altro.

L’atmosfera è elettrica. Si percepisce nell’aria, una tensione solida, concreta, reale. Si può quasi respirare, la sensazione di inebriante eccitazione, di spasmodica attesa. Fai un respiro profondo, ti dicono di solito quando sei agitato. Ma non stasera. Stasera, per Exeter, se ti fermi ad ammirare ciò che hai intorno, se respiri quell’aria, se guardi quel cielo, se ascolti la gente dalla più disparata provenienza sociale discutere con l’inconfondibile accento inglese del sud ad ogni angolo di strada, il cuore ti va a mille, le pupille si dilatano, la saliva viene ricacciata in gola.

Ti fermi e capisci subito cosa sta succedendo. I pub sono più pieni del solito, si ode, dalle stradine del centro, l’inconfondibile rumore dei boccali che si levano, si librano in un breve volo e si scontrano contro altri boccali, mentre le spine servono generose dieci, cento, mille pinte.

Intanto, all’imbrunire, dei ragazzini fissano il cielo e l’oscurita della notte atlantica che, profonda, sta per avvolgere Exeter. Si fermano, discutono tra loro e alla fine decidono: c’è tempo ancora per un’ultima azione. Così, il più grande di loro posa per terra il pallone, e da il segnale: la partita può riprendere, e riprendono le urla e le entrate poco ortodosse, e le ginocchia sbucciate sulle pietre che compongono la pavimentazione del centro, mentre gli zaini, messi a sostituzione dei pali che delimitano le porte, si impregnano di quella fine, insistente pioggerellina.

Nei pressi dello Stadio, intanto, giungono dalla stazione dei treni circa 250 persone, dalla parlata ruvida, chiusa, sgraziata. Sono sicuramente forestieri. Le loro maglie in gran parte sono rosse, il loro accento è lo Scouse, la città dalla quale vengono è Liverpool. La “Travelling Kop”, fedele Guardia Pretoriana dell’Imperatore Klopp, scorta il Liverpool fluendo pacificamente e assiepandosi a riempire i numerosi pub che costellano i dintorni del St.James Park.

Il Parco, come lo chiamano da queste parti. Un impianto di quelli che si vedono solo nei vecchi filmati degli anni ’70 e ’80, quando ancora il calcio era forse più violento ma sicuramente più puro, meno contaminato nella sua intima essenza. Quando le partite si potevano guardare in piedi, quando non esistevano steward a riprenderti se ti agitavi troppo per un gol sbagliato, quando i procuratori non esistevano e la maggior parte dei giocatori di una squadra venivano proprio dalla stessa città della squadra. In questo impianto, eretto nel 1904, si può respirare più di un secolo di storia, la belle epoque, la fiducia nel potere del progresso scientifico, la disillusione della Grande Guerra, la Grande depressione, i bombardamenti dei nazisti e via via attraverso la guerra fredda fino ai giorni nostri. Qui si sono succedute generazioni e generazioni di tifosi e di giocatori, e quando i primi calci al pallone venivano qui tirati, questo era ancora fatto di quel cuoio spesso, duro, di quel colore bruno inconfondibile che ormai appartiene solo ad un passato lontano lontano.

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Ed eccole, le terraces, casa del tifoso inglese, giaciglio del nostalgico, culla di un modo di tifare speciale, autentico, emozionale. Eccole le terraces del St. James, rosse come il fuoco, ardenti come la brace, che vanno man mano riempendosi di tifosi e di stendardi old style, quasi a volersi ergere come estremo baluardo a difesa del vecchio calcio di una volta dal “nuovo che avanza”, dalle pubblicità, dagli sponsor, dalla corruzione del denaro.

E’ la FA Cup baby. Il torneo calcistico più antico del mondo, al quale oggi Klopp, per la prima volta, si affaccia. E chissà cosa avrà pensato quando è stato intervistato nel pre partita in questa sala stampa molto vintage…

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La tradizione, la festa, la storia, si respirano ovunque. C’è la pioggia, c’è il terreno zuppo, c’è Davide contro Golia. Exeter contro Liverpool. League Two contro Premier League. 0 trofei contro 59. E, soprattutto, c’è la gioia e l’entusiasmo della gente, che pacificamente va riempendo gli 8830 posti dell’impianto, oggi pieno all’inverosimile. Tant’è che c’è chi si adatta a vedere la partita come può…

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Gli spalti si riempiono, il respiro del St James sale, sempre più forte, sempre più forte, finchè non diventa un unico, roboante tuono quando i giocatori escono dal tunnel, e l’arbitro prende la palla, e si dirige con le squadre al centro del campo. Lancio della monetina e tutto è pronto per l’inizio, mentre la pioggia, generosa, continua ad imperversare su Exeter.

Il Liverpool, imbottito di giovani, stenta contro un Exeter coraggioso ed intraprendente. I Grecians non temono l’avversario più blasonato, il loro cuore va oltre le differenze tecniche, sostenuti da un pubblico rumoroso e appassionato. Impossibile ora vedere la partita seduti. Ed impossibile rimanere seduti quando Tilsson, al minuto 8, sfugge ad Enrique e mette in mezzo la palla della vita a Nichols, che anticipa Randall ed insacca l’1-0: l’Exeter è in vantaggio e al St. James è il delirio totale.

Passa però pochissimo tempo prima che Sinclair ricacci in gola l’urlo ai biancorossi. Su una respinta corta della difesa, nel tentativo di contrastare Benteke, Sinclair realizza il tap-in vincente da brevissima distanza: viene ristabilita la parità, con la Travelling Kop che, mai doma, ora fa sentire ancor di più la sua voce in quel piccolo mare di Grecians che tuttavia almeno stasera è numericamente predominante.

Ma la favola dell’Exeter sembra ricominciare quando Holmes, allo scadere del primo tempo, insacca direttamente da calcio d’angolo trafiggendo il colpevole Bogdan. Ancora un boato, ancora la terra che trema, ancora 8000 cuori che battono all’unisono, a 1000, mentre un unico urlo si leva verso il cielo del Devon: “Exeter, Exeter”.

Il Liverpool però, pure nella sua versione baby, è duro a morire, e proprio quando sembra stia soccombendo, la Fenice risorge: ci pensa Ojo a seminare il panico sull’out di sinistra, servire un traversone basso che taylor Moore respinge sui piedi di Smith il quale realizza il pareggio. E’ il 2-2 definitivo, che consegna ai festosi Grecians l’onore di giocarsi il replay ad Anfield.

Così, la folla defluisce, i riflettori si spengono, la notte avvolge il St James e i suoi 112 anni di storia. Il Liverpool, storicamente grande, stasera si fa piccolo e si accontenta di portare a casa il 2-2 che significa replay. Mentre Davide, quell’Exeter semisconosciuto, oggi diventa Golia. Magia della FA Cup.

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3 risposte a La grande bellezza

  • Mentre leggevo sentivo la pioggia 🙂 complimenti Matt!

  • Bellissimo Matt quello che regala la FA Cup non lo regala nessuna competizione al mondo… Vedere quella gente, quei bambini, quelle donne assiepati sugli spalti a conseguire un sogno… Beh a volte odio stare dalla parte dei più forti… Magie dell’FA Cup… ❤️

  • Grade Matt. Epico. Contento per il coraggio dei baby.