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Il Liverpool torna tra le otto grandi d’Europa

 

Notte europea dalla New Main Stand

Il Liverpool torna tra le otto grandi d’Europa: il racconto di chi oggi ha anche festeggiato la sua ventesima presenza ad Anfield…

Finalmente il Liverpool è tornato dove dovrebbe sempre essere: tra le migliori otto d’Europa. I Reds hanno conquistato i quarti di Champions League a distanza di nove anni dall’ultima volta, quando dopo aver eliminato il Real Madrid negli ottavi di finale vennero eliminati dal Chelsea al termine di un’altalena di emozioni. Era il Liverpool di Benitez, con la grinta tutta scouser di Carragher, l’attenzione difensiva di Hyypiä, i gol e la classe di Torres, il cuore e le scorrazzate di Kuyt, i cento polmoni di Mascherano, le geometrie di Xabi Alonso e … Steven Gerrard, al quale è impossibile accostare alcun aggettivo. Oggi a raggiungere questo obiettivo è stato il Liverpool di Klopp, con il nuovo leader difensivo Van Dijk, il sottovalutato Henderson, il grintosissimo Milner, il talentuoso e fisico Can e quei tre davanti, Salah, Firmino e Mané, capaci di ridicolizzare ogni difesa che provi a fermarli. Quella di Anfield è stata, ovviamente, una formalità perché il discorso qualificazione è stato ottenuto il 14 febbraio scorso, giorno di San Valentino, nel quale il Liverpool è tornato a mostrarsi splendido alla sua amata Champions League, espugnando il campo del Porto per 0-5. Klopp, però, anche nel match di ritorno ha deciso di rispettare la competizione e la fama europea del Liverpool, proponendo una squadra competitiva e provando a far sua la posta piena. Il palo su tiro di Mané e la grande parata di Casillas su Ings non hanno reso possibile un nuovo successo ma ad Anfield è stata ugualmente festa al termine di una serata iniziata con un velo di tristezza, quando è stato reso omaggio a Davide Astori, la cui scomparsa ha devastato emotivamente il mondo del calcio e fatto scoprire a noi tifosi più umani questi eroi che siamo capaci di venerare ma anche maltrattare anche oltre ogni limite tollerato. 

Scusatemi ora la divagazione personale ma questo 0-0 di Anfield, una partita sulla carta insignificante se si considera il risultato dell’andata, è stata per chi scrive qualcosa di speciale e indimenticabile: la ventesima presenza nel tempio da sempre sognato. Questo venti non è soltanto un numero, è un sogno realizzato, quello di un adolescente che impazziva davanti alla tv quando partiva “You’ll never walk alone” oppure quando vedeva tremare la telecamera dopo una rete importante del Liverpool di McManaman e Fowler, esultava ai gol di Owen e sognava di essere lì quando il Chelsea di Mourinho veniva battuto ad Anfield dai Reds di Benitez, lanciati verso la vittoria della Champions. Probabilmente quella sera mai avrei immaginato di condividere tanto con questo pubblico, di essere anch’io spesso tra loro a esultare o, purtroppo, disperarmi.  

Ce l’ho fatta e con oggi sono venti presenze da quell’estate 2008, quando Anfield mi aprì le porte per la prima volta in occasione di una partita amichevole tra i Reds e la Lazio. Quella volta ebbi anche l’opportunità di fare la radiocronaca della partita per una radio romana ma mi fermai completamente restando senza parole e con la pelle d’oca quando partì “You’ll never walk alone”. Rimasi impressionato davanti a quel ruggito, quando il volume della Kop si alzava sempre di più, per caricare la squadra anche in una gara amichevole. Da allora non ce l’ho più fatta a stare lontano, ho sfidato – e lo farò ancora – i chilometri e le difficoltà lavorative per condividere la mia passione con questo magnifico popolo scouser, un po’ rozzo e caciarone ma dal cuore e la passione enorme. Ho vissuto pomeriggi o serate magiche ma anche giornate da incubo e delusioni che ancora fanno male. 

Giorgio festeggia la sua ventesima ad Anfield

Guardandomi indietro, però, so che ne è sempre valsa la pena perché non ha eguali avvicinarsi lentamente ad Anfield, vedere lo stadio spuntare piano piano, sentire l’inconfondibile accento scouser, le urla di chi vende spille o sciarpe, i cori provenienti dai pub davanti la Kop, l’odore di fish & chips, di cheeseburger e cipolla (io opto sempre per quest’ultimo), la voce dello speaker di Anfield, le mille foto di campioni del passato, presente e futuro, sciarpe e maglie di ogni tipo, la birra da consumare rigorosamente al Flatty Iron tra irlandesi dal sangue Reds. Poi fare lentamente il giro dello stadio, fermarsi in qualche bancarella, rendere omaggio alla statua di Shankly, onorare Bob Paisley nel gates a lui dedicato, quindi fermarmi di fronte al monumento alle vittime di Hillsborough, tragedia che non ho vissuto direttamente perché all’epoca avevo appena otto anni ma sento forte dentro di me, emozionandomi ogni qualvolta ho visto il Memorial in tv. Quindi l’ingresso allo stadio, quel tornello che in alcuni settori è particolarmente stretto, gli scalini da salire due alla volta per la voglia di tuffarsi al più presto all’interno della tribuna, a meno che non capiti nel rinnovato Main Stand con la scala mobile che magari toglie un po’ di romanticismo ma compensa con le vetrate che mostrano in tutta la sua bellezza la città; poi appare il campo, il fiato inizia a mancare per la felicità di essere tornato a casa e qualche minuto dopo parte “You’ll never walk alone” da urlare e stonare nel tentativo anche di trattenere qualche lacrima. Solo chi è come me può comprendere queste emozioni. Qualcuno potrà dire che in questi anni ho speso troppi soldi per assecondare questa mia follia, tanti non potranno mai comprendere cosa mi spinge a farlo, in molti non capiranno nemmeno perché la mia fidanzata mi consenta di salire così spesso da solo. Ma chi mi conosce davvero bene, pregi e difetti, sa che se smettessi di seguire la mia passione finirei per rinunciare a ciò che sono. Quindi, alla prossima Anfield, già sto pianificando il prossimo ritorno a casa.

di Giorgio Capodaglio

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