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Cronache di un giorno interminabile

Oggi, non è il giorno della ragione. Non è il giorno dei calcoli, non è il giorno dell’analisi, non è il giorno dei “se” nè dei “perchè”. Oggi, qualsiasi sillogismo cade, oggi qualsiasi teoria è confutabile, fallace, quasi irrilevante. Oggi è il giorno del sogno, è il giorno della speranza, è il giorno della tensione, della trepidante attesa. Tremule le foglie, fuori dalla mia finestra, vengono piegate dalla fitta e lieve pioggerellina di un fine inverno umbro. Il Campari e Vodka, davanti a me, mi tenta, i libri sono inutilmente aperti davanti a me. La Tubercolosi aspetterà. Il telefono, insistentemente, vibra portandomi le missive dei miei magnifici compagni di questa meravigliosa avventura. Apro, le leggo. E’ come se ci fosse un filo che, sottile, unisce Foligno con Napoli, con Varese, Roma, Torino, Mendrisio. Un fil rouge che, lieve, attraversa tutte le nostre menti in questo ultimo, magico giorno che ci separa da QUELLA partita.

Vincetela!

Vincetela!

Qui Varese, ed è il cuore napoletano verace di Giuseppe a parlare:

“Non importa come, non importa il luogo che rievoca puri momenti di infinita gratitudine. Wembley si colorerà ancora una volta dei colori più lucenti e meravigliosi. Non conta l’avversario ma solo quel momento in cui tra una lacrima e un grido di gioia, Londra si potrà tingere di un rosso più vivo che mai. Non importa null’altro che vincerla, vincere per chi indossa con passione e tormento una sciarpa pronta a volteggiare sulle teste dell’avversario. Una domenica di febbraio, una come tante, eppure simile a mille altre. Con la speranza nel cuore, non camminerete mai soli, con la speranza nel cuore… Alzate al cielo quella coppa Mighty Reds”

Il mio cuore batte forte, le pupille dilatate, la bocca già asciutta. Il mio drink mi reclama. Mentre l’amaro del bitter si sposa nella mia bocca con la nota dolciastra cantata dalla vodka, ancora quel filo rosso…ancora quella emozione, ancora quella unica, meravigliosa sensazione che sono tanto solo nella mia stanza, quanto sono idealmente abbracciato a tutti voi, miei fratelli, in giro per l’Italia, e a Mario, il mio caro amico, che ha la fortuna di essere a Londra in queste ore. Lui domani sarà a Wembley.

Un altro squillo. Un’altra email. Qui Torino. E’ Cody che, dall’alto della sua esperienza e delle innumerevoli battaglie combattute, mi regala l’ennesima emozione.

“Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perche’ accelleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo. Chiunque sopravviva a questo giorno, mostrera’ le sue cicatrici ai vicini, e racconterà storie gloriose di tutte le grandi imprese di questa battaglia. Insegnera’ quelle storie ai suoi figli e da oggi fino alla fine del mondo verremmo ricordati. Noi pochi, Noi pochi felici, Noi banda di Fratelli: Perche’ chiunque ha versato il suo sangue insieme a me e’ mio fratello. E quegli uomini che hanno avuto paura si sentiranno inferiori quando sentiranno come abbiamo combattuto e come siamo morti insieme.”

Band of Brothers. Mai citazione fu più appropriata, più giusta, più azzeccata. L’emozione sale. Esplode, è incontenibile. Mentre immagino Claudio, che scrive queste parole, mentre immagino, in un mondo ideale, il mio eterno idolo di infanzia, Gerrard, che le pronuncia alle sue legioni sterminate. Uniti, come fratelli.

“Il nostro destino passa inesorabilmente per la città di Manchester. Se battiamo il City e se eliminiamo lo United dall’Europa League, questa stagione potrebbe diventare epica, e ci aprirebbe degli orizzonti insperati”

E’ la voce inconfondibile di Armando Todino, con il suo accento partenopeo, a risuonare nelle mie orecchie, quando il player mi invia in cuffia il contenuto del suo messaggio vocale.

Qui Roma. Matteo, come promesso, torna da lavoro e mi rende partecipe del suo stato d’animo. Ancora, così straordinariamente simile al mio.

“Domani è il gran giorno, il giorno giusto per rilanciare una stagione iniziata con il piede sbagliato, il giorno giusto per gettare le basi per l’anno prossimo. Pensare di uscire da Wembley senza quella coppa mi fa stringere il cuore, un po’ come mi si è stretto quando siamo finiti dietro di loro di due soli maledetti punti. Il fascino di Wembley, i colori rosso e celeste che lo riempiranno…sarà un grande show, una grande festa, e dobbiamo prenderci la nostra rivincita. Noi siamo il Liverpool e siamo la storia del calcio inglese ed europeo. È ora di riprenderci il nostro posto. Come on REDS.”

Le lancette continuano a scorrere, lentissime. Ogni secondo, che mi separa dall’Arco di Wembley, dal fischio di inizio, si dilata all’infinito, bloccato in una infinitesimale eternità.

Qui Torino. di nuovo. E’ Eleonora che con la sua eleganza, con la sua evocatività, mi regala altri istanti di tachicardia e di apnea, di fuoco e fiamme, di gloria ed epicità.

“Ogni finale è un’ irrazionale bilancia a doppio braccio. Da entrambe le parti pesa il prodotto delle ambizioni e della perseveranza: le fatiche, il sudore, gli allenamenti in ogni condizione atmosferica, la sinergia tra giocatori e quel briciolo di fortuna che si applica tra i pali. Mentre un pensiero di gloria mi attraversa la mente, la vedo lì: la prima sciarpa del Liverpool che appesi al mio muro delle meraviglie. “Walk on to Wembley” 26/02/1012. E allora domani distruggiamola questa bilancia, e prendiamo ciò che ci spetta per natura. C’è sempre spazio per una sciarpa in più sul mio muro, figurarsi per una coppa nelle teche di Anfield… COYR!”

Mentre la mente continua a vagare, con il pensiero fisso a quel giorno, il 28, le 17,30. Wembley, l’Arco, il Palco Reale. Un pensiero fisso, invasivo, ingombrante. Un groppo in gola che mi inebetisce. Un secondo drink. Oggi ne ho bisogno.

Altra email. Qui Mendrisio. Canton Ticino. Gianluca, dalla Svizzera, sembra legga il mio stesso libro, quello che parla della storia di una lunga, interminabile giornata di ansia, di ebete apatia, di impassibile stasi. Di incapacità di staccarsi da quel pensiero. Un lungo, fottuto e interminabile libro.

Sono qui, oggi, a guardare le partite di Premier sul mio divano. In realtà, il mio sguardo è perso, non mi importa nulla delle partite in calendario e nemmeno della classifica. Domani c’è qualcosa che esula da tutto ciò: la finale di Coppa. A Londra. A Wembley. Sotto quell’arco famoso. Domani conta solo vincere, non è retorica, è la realtà. E io domani ci sarò, tra poche ore volerò nella capitale inglese per essere più vicino ai Reds. Crediamoci! #RedsAtWembley

Mi alzo. Il mio Zippo accende un Toscanello. Mi dirigo verso la finestra, sembra stia smettendo di piovere, ma non credo durerà. Sono la banale constatazione del tempo atmosferico. Scampoli di ovvietà, di convenzionalità in una giornata che non ha nulla di convenzionale.

Chi è che diceva:”Questa tensione è insopportabile. Speriamo che duri”? Forse Oscar Wilde. Reminiscenze di una mente ingolfata, in panne, tanto da sorprendermi di aver recuperato un ricordo come questo da un cassetto sicuramente molto remoto. Beh, comunque no Oscar. Che finisca presto questa tensione. Che vada al diavolo, l’attesa, il pensiero dei nomi di quei prezzolati schiavi del guadagno, dei figli del Califfo e di tutto il loro ridicolo Khanato. L’Orda d’oro, anzi, l’Orda dell’oro. Vada al diavolo, questa maledetta tensione, al diavolo tutto. Tutto ciò che non sia quella partita. Maledirò ogni singolo, infinito attimo che mi separa da Wembley.

Quasi come un segno, quasi come un ammiccare del destino, arrivano le parole del Boss a squassare il corso dei miei pensieri. Tremo, mentre apro l’email. So già che sarà un altro viaggio verso l’infinito. E così è.

A volte ci sono delle partite che suscitano interessi che vanno al di là del classico risultato, o dell’importanza di un trofeo vinto, il match di domani è un match che mette di fronte due modi diversi di intendere, fare calcio. Uno basato sull’oculatezza dei bilanci, sugli incassi effettivi, sulla voglia di ritornare grandi ma sempre con un occhio al progetto, al costruire dalle fondamenta di una storia che in Inghilterra ha pochi eguali. L’altro basato sul tutto e subito, giovani promesse, top player affermati, acquisti multi milionari con plusvalenze folli… Ecco questo è oggi il City degli Arabi, nulla a che vedere con la squadra degli anni 70’ che comunque aveva una sua identità. Certo oggi i tifosi saranno fieri di poter rivaleggiare con i concittadini dello United, dopo anni e anni di sofferenze, lasciano passare in modo naturale la cosa senza accorgersi o fregarsene di quello che si sta perdendo. In parte sperperiamo anche noi, ma i nostri non sono sfizi da sceicchi, sono frutto di vere e proprie incompetenze manageriali. Insomma se loro sono messi male, noi non stiamo meglio,ed alla fine qualcuno mi potrebbe giustamente sottolineare “Ma almeno loro vincono”. E allora ancora Wembley, come ormai nel nostro DNA, di nuovo una finale, seppur quella della coppa inferiore, ma pur sempre una finale per i Klopp’s Boys. Una finale che potrebbe essere una iniezione di fiducia per il manager e per l’ambiente ma che non dovrebbe essere motivo di distrazione su quelli che dovranno essere i futuri obiettivi di mercato. Il Liverpool deve vincere per i tifosi ma deve anche decidersi a fare quel maledetto passo in avanti che ci porterebbe lì dove ci compete, perché con i numeri ci siamo, sono quelli di una grande squadra, ma anni e anni di delusioni e stagioni di Premier fallite ci hanno portato in uno stato di intorpidimento, ormai ci manca quella mentalità vincente, ci manca quella fame che ci porterebbe a lottare su ogni pallone di ogni fottuta partita, ci manca lo Spirit of Shankly, e allora forza… Andiamo a prenderci questa fottutissima coppa… Sarà un piacere alzarla in faccia a RS e a coloro che due stagioni fa ci hanno scippato un sogno… With hope…”

Cerco di ripercorrere le tappe di questa onirica, surreale giornata di quiete impetuosa, di silenzio frastornante, di torturante attesa. Mentre il mondo intorno cerca, invano, di farsi notare, e i pensieri di tutti i giorni vengono brutalmente messi alla porta.

D’un lampo, per un istante, piccolo, minuscolo, un infinitesimale e microscopico attimo, l’unico pensiero rasserenante riesce, come un raggio di sole, a bucare le nubi di questa torva giornata. Il fatto che, da Foligno a Roma, da Napoli a Torino, da Mendrisio a Varese e ancora Firenze, Pescara, e Cuneo, e Bologna, e il Pontino, e Verona, e Cantù, e l’Italia tutta, oggi, è connessa…da quel fil rouge, sottile, che cuce insieme la mia anima con quella dei miei fratelli e delle mie sorelle, che accomuna questa giornata di apparente, inesorabile solitudine a quella di tutti i malati italiani e non di questa fede, incrollabile, incondizionata, magica. E così, dalle nuvole che come una cappa avvolgono lo stivale, un tuono squarcia, impetuoso, il fitto rumore della pioggia, tendendosi roboante verso l’infinito, sfidando l’eterno, pretendendo il trono dell’assoluto. Tutti insieme, raccolti in un abbraccio, uniti, tra noi e con quegli undici ragazzi li, in quel posto magico, tuoniamo: YOU’LL NEVER WALK ALONE.

GLORIA A NOI! ORA E SEMPRE!

YNWA

Matteo Paradiso, Giuseppe Lippiello, Claudio BoffaTarlatta, Matteo Martelli, Armando Todino, Gianluca Pusterla, Eleonora Mingardi, Nunzio Esposito

Firma finale

Riccardo Leone, dal suo albergo di Roma, è pronto a raggiungere il suo autobus. È solo un autobus per Pescara. Oggi però è la metafora dell’autobus per Wembley.Vi amo e vi abrraccio tutti.

Ynwa

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