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CREDERCI, CON UNA MANO SUL CUORE

Believerpool

Believerpool. Talvolta ogni parola trova il suo incastro, e “crederci” è il fidanzato perfetto per una donna bellissima che abita sulle rive del Mersey. Una donna che aspetta da molti anni il suo principe azzurro, la Premier League, che manca da quando si chiamava ancora First Division, corteggiata dal bel gioco, dall’entusiasmo, da uno tempio non lontano da Stanley Park che ribolle di entusiasmo, ma vittima di un matrimonio che non s’ha da fare. O almeno così pare. La cinquina all’Huddersfield è stata più semplice di quella rifilata sempre ad Anfield quest’anno al Watford e il fatto di giocare anche la prossima giornata contro il Newcastle quarantotto ore prima dell’impegno del City con il Leicester, può aiutare i rossi a mettere pressioni ai celesti. Vincere sempre e soffiare sul collo degli avversari: il Liverpool non può far altro. La neve caduta in quel mercoledì d’inverno col Leicester, dove l’1-1 fu la più ghiotta occasione persa per allungare sui rivali che avevano perso a Newcastle, non può aver ingolfato una stagione da incorniciare, al di là delle ciliegine finali.

Il Liverpool è tornato ai livelli di inizio stagione, ha avvolto gli avversari in una spirale mortale sin da subito e ha ritrovato le sicurezze del passato dopo una parte centrale nella quale forse la squadra di Klopp ha lasciato un pezzo di titolo. Otto assist in dodici partite per Alexander-Arnold, undici i passaggi decisivi per quella ruspa che è Robertson, che incarna perfettamente il William Wallace di Braveheart. Cuore impavido dalle Highlands, terra di panorami mozzafiato e laghi pieni di misteri. Bellezza e mistero è questo Liverpool. Van Dijk miglior difensore della Premier, quattro undicesimi dei reds che finiscono nella formazione dell’anno stilata ieri, di cui tre sono proprio difensori: oltre al buon Virgil, proprio i due suoi compari. Eppure 97 punti potrebbero non bastare per stappare lo spumante.

L’incrocio che all’andata poteva dare una svolta, con Newcastle e Leicester come arbitri, si ripeterà nel primo week-end di maggio a parti invertite. Il Barcellona di mezzo, che dovrà però venire ad Anfield se vorrà la finale nell’odiata Madrid, non può essere un impiccio. Perché ci sono stati anche tempi in cui notti così Liverpool non le viveva più, e se i citizens vedranno tutto dalla tv, esserci deve significare orgoglio e gioia. Piuttosto che aver paura di perdere ancora una volta quel titolo inglese che sfugge dal 1990, si deve puntare con sana presunzione a portare a casa sia l’uno che l’altro obbiettivo. Il Liverpool ha nel suo tempio un prezioso alleato: l’ultima squadra a passare ad Anfield fu il Palace, nell’ultimo giorno di Gerrard tra le mura amiche:. Da allora, trentotto partite senza perdere. Il fortino di casa è stata l’arma in più dei kloppiani, una inespugnabilità messa a repentaglio nell’andata contro il City, quando Mahrez sbagliò il rigore di una sicura vittoria. Ecco perché a volte il pallone sa togliere ma spesso bisogna ricordare che può essere capace anche di compensare.

 

Rafa e Brendan i giorni delle loro presentazioni

 

L’insolito sabato sera alle 20.45 e il Monday night all’Etihad, inoltre, avranno due illustri predecessori come giudici: Benitez sul Tyne e Rodgers sulla panchina delle foxes. Se Benitez ha fatto il suo battendo i rivali 2-1, il meno fortunato dei due, che una Premier l’ha persa quasi al fotofinish, si potrebbe mettere una mano sul cuore. E riabilitarsi davanti agli occhi di milioni di liverpuliani che, forse con giusta ragione, non vedevano l’ora di sbolognarlo altrove. Poi arriverà il 12 maggio. Il giorno in cui crediamo che i pub delle due città che distano solo un’ora di treno saranno pieni, come sempre del resto, e dove la speranza sarà aggrappata a boccali di birra come le tracce della sua schiuma. Poi, al fischio finale, quando il sole sarà ancora alto, non ci sarà più appello. Sta passando in fretta anche questa stagione. E, mal che vada, ne inizierà un’altra. Come diceva Colin Firth in Febbre a 90 , “è piuttosto confortante, se ci pensi”.

di Stefano Ravaglia

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