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Ragnar il Vichingo

 

 

 

 

Il ruggito di Klavan

Ragnar Klavan, estone, ha un nome che evoca re di antica memoria. Un Ragnar infatti, provenendo dai fiordi di Norvegia e Danimarca, sbarco’sulle coste di Britannia, nel primo secolo dopo Cristo, dando il via alla dinastia sassone che avrebbe governato l’Isola per lunghissimo tempo. E quando, in tuffo, sbuca, come la polena di una nave vichinga, forando la notte flagellata dalla pioggia che scende sul Turf Moore, portando il Liverpool in vantaggio, e lanciandolo nella sfera altissima della classifica, il suo volo pare quello della prua di uno di quei legni che apparivano improvvisi, illuminati dalle fiaccole, per saccheggiare le coste inglesi. Il suo gol permette ad un Liverpool tutto cuore, dai nervi saldi e capace di soffrire l’inimmaginabile contro un avversario mai domo che lo mette alla frusta per 90 minuti e più, di saccheggiare dunque via tre punti da uno stadio nel quale non molti riusciranno ad essere corsari. Perché il Burnely di Sean Dichey, allenatore capace di creare un’alchimia interessante tra football muscolare ed atletismo seppur legato ad un tatticismo esasperato, è formazione vera che dimostra di meritare ampiamente la posizione che occupa in classifica. Senza Salah, il cui infortunio preoccupa (potrebbe saltare il favoloso derby che apre la stagione di F.A. cup contro l’Everton ad Anfield), senza Coutinho, nuovamente attratto dalle caravelle catalane, dalle stive luccicanti di tintinnante oro, e solcanti  mari di una Liga dominata ed un Europa sulla quale allungare le rapaci mani, ed alle prese con un turn over di notevole dimensione, decimato come è dagli infortuni, e dalla fatica prodotta da partite giocate a distanza ridotta nel tempo, il Liverpool, finalmente, si dimostra squadra capace di avere la continuità che occorre per diventare una grande squadra. Lo fa dovendo ricorrere alla scure piuttosto che al fioretto, attraverso la ricerca spesso necessaria della frantumazione del gioco, e tenendo ossessivamente in mano il pallino della manovra, lasciando al Burnley il classico  ribaltamento del fronte che più di una volta mette i “clarets” in condizione di sparigliare il punteggio. Perché sebbene i reds giochino, tuttavia il Burnley ha le occasioni migliori nel primo tempo (prima Lallana con un prodigio recupera su Barnes lanciato in porta rimediando ad uno scellerato retropassaggio di un Can croce e delizia,  lo stesso Barnes arriva poi  al tiro comodo ed infine Arfield  batte a rete a colpo sicuro e la sua conclusione esce di una virgola) cui il Liverpool oppone una trama casuale sventata in area per un nulla con Mané pronto a depositare la sfera in porta da un metro. La prima frazione, giocata sotto una pioggia che il vento rende una sferza che cade di traverso, gelida e fastidiosa, è giocata a ritmo indiavolato e non lesina scontri. Parrebbe perfino che i ragazzi di Dichey, ai punti, potrebbero avere la meglio, ma è la ripresa  che, con Capodanno lasciato da poche ore alle spalle, esplode in un fuoco d’artificio ritardato. Mané, nel momento peggiore del Liverpool, quando il Burnely sembra essere li per diventare padrone del campo, si inventa una girata in un fazzoletto, servito quasi al limite dell’area di rigore da una trama fluida, ed infila Pope, portiere dal nome che potrebbe presagire miracoli. La palla si infila sotto la traversa, ed il miracolo lo compie Sadio, fino a quel momento irritante per innocuità. Subito dopo sullo sbandamento Trent- Alexander Arnold ed il suo destro obbligano Pope, stavolta si, all’intervento da urlo. Entra Vokes, ed è la carta (semi) vincente, perchè prima mette Barnes in porta (ancora) e poi spizza per Gudmundsson che sotto misura pareggia. Ma Ragnar e la sua polena sono in agguato.

Forse la palla era già destinata in rete dal colpo di testa di Lovren, ma Ragnar il Vichingo ci mette la sua testa per legittimarla.

Sull’ultimo respiro del match, Lovren, in un remake del pareggio Burnley, tocca la palla di testa, e, prima che questa finisca in rete, riceve il soffio finale di Klavan, che buca la notte che infiora il Turf Moore e regala la luce ai Reds. Il Liverpool scala la vetta, e lo fa in una maniera tutta nuova, aggiungendo un elemento fondamentale alla sua miscela: la capacità di saper soffrire. Ora sembra essere, per davvero, una squadra.

Stefano Iaconis

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