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90 minuti sognando che i miracoli non accadano solo ad Anfield!

 

 

“Imagine there’s no countries, it isn’t hard to do, nothing to kill or die for, and no religion, too”. Parole del figlio prediletto di Liverpool, John Lennon, che si sposano a meraviglia con quanto vissuto dentro e fuori da Anfield martedì scorso. Non esistevano nazioni o religioni, sconosciuti correvano lungo Walton Breck Road o Anfield Road, uscivano urlanti dai pub, si abbracciavano e piangevano, strillavano, magari non si capivano a parole ma bastava uno sguardo. Un momento di gioia collettiva, i problemi di ogni giorno messi da parte, tutti ugualmente felici. Non c’era Inghilterra, Irlanda, Italia, Norvegia o Giappone, non esisteva religione cattolica o musulmana, tutti felici sotto un’unica bandiera, quella rossa del Liverpool.

Immagini che resteranno per sempre nella testa di chi, come me, è stato un privilegiato nell’avere la fortuna di viverle, di guardare tantissime persone uscire dalla Kop e andare a rendere omaggio alla statua di Bill Shankly, baciarlo, renderlo partecipe di questa splendida gioia, perché qui gli eroi non vengono dimenticati, soprattutto se sono capaci di “rendere la gente felice”. E poi, quel bellissimo abbraccio con Nunzio, quelle lacrime mentre Shankly ci guardava e con le sue braccia sembrava volersi unire. In quel momento abbiamo scacciato quell’incubo che sempre ad Anfield avevamo vissuto insieme cinque anni fa, l’abbiamo riposto in cantina, lasciato lì a prendere polvere per non riprenderlo più.

Ma la stagione non è finita. Domenica si torna in campo per gli ultimi novanta minuti di una Premier League che, per chi ama come noi il Liverpool, non è mai stata tanto intensa. 94 punti già fatti, 97 se si dovesse vincere contro i Wolves, impresa non scontata vista la grande qualità degli uomini di Espirito Santo, purtroppo potrebbero non bastare perché questo fantastico – e, in questo caso, per noi crudele – calcio inglese ha regalato nello stesso campionato una squadra in grado di poter arrivare a ben 98 punti. Il destino è tutto nelle mani del Manchester City di Guardiola, che vincendo a Brighton conquisterebbe un titolo meritato, così come sarebbe altrettanto meritato se dovesse alla fine spuntarla il nostro Liverpool. I Reds, però, hanno l’obbligo soprattutto verso sé stessi di vincere, chiudere a 97 punti con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile e magari approfittare di un eventuale passo falso dell’avversario.

Perché, come abbiamo visto martedì scorso, ma anche mercoledì nell’altra semifinale di Champions, nel calcio e nello sport tutto può accadere, cocenti delusioni e le gioie più grandi possono arrivare quando meno te l’aspetti. Inutile ricordare ancora Istanbul o la finale del nostro “odiato” Man United col Bayern, oppure Perugia-Juve (e quel giorno io ero all’Olimpico, con 60mila laziali che attaccati alla radiolina si rendevano conto ogni secondo che passava di essere vicino a realizzare il sogno di una vita). E potrei fare anche esempi di tanti altri sport, nei quali chi ha creduto alla vittoria fino alla fine e non si è arreso, ha avuto il merito di trovarsi al posto giusto quando l’avversario ha sbagliato, conquistando un oro olimpico o mondiale. Questo quindi dovrà fare il Liverpool, vincere senza pensare al Manchester City e solo al 90’ guardare il risultato.

Martedì scorso sono stati tanti che per invidia hanno contestato la frase “succede solo ad Anfield”, fraintendendo il senso di quanto volesse dire un fantastico Massimo Marianella in telecronaca su Sky. E noi ci auguriamo che possa essere proprio così, che i miracoli non accadano solo ad Anfield, ma magari anche nel sud d’Inghilterra, al Falmer Stadium di Brighton. La razionalità ci dice che è più di difficile, quasi impossibile e domenica ad Anfield bisognerà andare soltanto per applaudire questa magnifica squadra, ringraziarla per averci permesso di sognare fino all’ultimo e spingerla a gran voce verso la finale di Madrid del prossimo 1 giugno. Poi c’è la componente irrazionale, quella che spera nei miracoli e ci crede sempre, che ci spinge a sognare ad occhi aperti, ancora per ventiquattro ore, fino al fischio finale, al momento in cui verrà alzato il trofeo della Premier League. Quel pizzico di follia che ha portato cinquanta elementi del nostro branch – e se la vita di ognuno l’avesse permesso, probabilmente oggi saremmo presenti al completo – a raggiungere Liverpool con o senza biglietto della partita, nel sogno di vivere una giornata memorabile.

“You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one”, cantava sempre quel figlio prediletto di Liverpool, e sognare è la cosa più bella che ci è stata donata.

di Giorgio Capodaglio

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