The final cut.

di Matteo Paradiso

Vogliamo ricordarlo così.

Il taglio finale. Prendendo a prestito il titolo dell’ultimo album dei Pink Floyd in formazione completa, prima che il frontman Roger Waters decidesse di staccarsi completamente, partorendo un ultimo, folgorante bagliore di poesia, voglio così ringraziare un uomo unico, speciale, vero.

Se la speranza di un calcio pulito, autentico e vicino alla gente viveva ancora in questa figura, che già sfiora la leggenda, ora questa speranza sfiorisce, appassisce, tristemente soccombe sotto i colpi del taglio finale che Henry ha deciso di infliggere a quello che è stato il nostro passato, e che poteva essere un radioso, brillante futuro.

Sotto le urla scomposte e isteriche degli ultras da tastiera, che tra arringhe deliranti sostenenti un ritorno di Rafa, cattiverie di ogni genere, sgradevolezze che sono come stilettate al grande cuore di Kenny, scritte da ogni angolo del globo, gemiti di dolore su un miserrimo quarto posto non raggiunto, facendo presto cadere le tre visite a Wembley nell’oblìo più oscuro e totale, i proprietari oltreoceano assestavano l’ultimo, definitivo colpo alla tradizione e al retaggio del Liverpool FC, sancendo la sconfitta definitiva dei valori che la storica compagine della parte rossa del Mersey sempre ha incarnato, dai tempi di Shankly.

Il taglio finale, che allinea il Liverpool FC a tutte le altre società moderne, al calcio moderno, fatto, come sempre più la vita quotidiana del resto, di impazienza, di isterismo, di ingratitudine, di frenesia. Nella società del fast food, dei cartellini, dell’homo homini lupus, non c’è più spazio per gente come Kenny, e per i suoi romantici, e chissà, forse anacronistici seguaci.

Da domani qualcun altro siederà sul posto che era di Kenny, e avrà sempre il nostro sostegno, ma oggi lasciatemi ricordare The King. Lasciatemelo ringraziare. Per tutte le emozioni che è stato in grado di darmi, lasciatemelo ringraziare per le sue dolcissime e uniche esultanze ogni volta che il pallone gonfiava la rete, con quel sorriso e quella gioia negli occhi che ti avvicinavano a lui ovunque tu fossi, che ti facevano pensare che lui, The King, fosse proprio lì, vicino a te, con te, ad esultare insieme a te. Con quella gaiezza che ti faceva dimenticare i tuoi problemi, anche se per un attimo, che ti regalava un sorriso, una gioia, e che ti faceva battere forte il cuore.

Lasciatemelo ringraziare per le lacrime della semifinale di Anfield, che erano le lacrime di tutti noi, frutto di un digiuno troppo lungo, lacrime troppo a lungo trattenute da lui e da tutti noi, e che finalmente sono uscite insieme a urla di gioia e festose celebrazioni, alla allegria e alla confusione della gens del Merseyside, che in ogni caso, muta, per qualche secondo, ha ammirato quelle lacrime, con una empatia che solo The King sapeva trasmetterci.

Lasciatemelo ringraziare, perché nella sconfitta e nella gioia so che i miei sentimenti erano i suoi sentimenti, so che a casa lui soffriva quanto tutti noi quando le cose non andavano, e gioiva quanto tutti noi quando invece il Dio del calcio ci arrideva. So che aveva i nostri stessi sogni, le nostre stesse speranze, le nostre stesse preoccupazioni.

Era il nostro manager. Era semplicemente Kenny. Un uomo troppo vero per un football moderno ormai malato, malato di tv, malato di miliardi, malato di ogni genere di contaminazione, e che con l’uscita di scena di questo grandissimo uomo, contamina inevitabilmente l’ultimo baluardo, l’ultima roccaforte rimasta a difesa dei bei tempi andati, che vive di un coro stupendo ma ormai completamente svuotato di significato da molti dei suoi tifosi, di uno stadio che presto verrà abbattuto per business reasons, di una leggenda, un Capitano che ormai, anche lui stanco, si appresta a concludere la sua leggendaria carriera, vive di slogan, acronimi presi e buttati lì senza comprenderne bene il significato, di una maglia vintage che vuole solo dare l’illusione del ritorno a tempi che sono lontani anni luce e che, inevitabilmente, non torneranno, perché il football di quegli anni, e ciò che abbiamo in quegli anni rappresentato, è stato ucciso, assassinato brutalmente dai colpi del taglio finale di un signore americano che, anche se avendone la proprietà economica indubbiamente può disporre come meglio crede del suo investimento, non aveva il diritto morale di fare ciò che ha fatto.

E a noi, romantici e nostalgici, illusi supporters, non resta che aggrapparci alla memoria del tempo de fu, a quando, un tempo, mentre il City vinceva il suo primo campionato dall’avvento degli sceicchi, mentre il Chelsea ad azionarato russo con i suoi petrorubli volava in finale della Coppa dei Campioni, Liverpool era un’isola fiera e orgogliosa di appartenenza, di retaggio, di radici e di mentalità, ultimo bastione di un calcio che oggi, definitivamente, si può dire finito, morto, defunto.

Per tutte queste ragioni, per le emozioni che sei stato in grado di trasmetterci, per le lacrime che ci hai fatto versare, per il dolore che hai condiviso con noi, alleviandocelo, per la speranza che, seppur per poco tempo sei stato in grado di darci, per averci consolato nei momenti difficili come un caro amico o un fratello maggiore grazie al fatto che tu eri lì a soffrire con noi… per le gioie che ci hai regalato, per le tue braccia al cielo, per il tuo sorriso meraviglioso, per tutto ciò…

Grazie Kenny…  sarai sempre il nostro Re. Sarai sempre l’ultima torre che, seppur ormai sopraffatta dalle onde e dalle mareggiate della modernità, seppur ridotta a un rudere e circondata dalle sue stesse macerie, ancora spicca comunque, ricordandoci di quello che, una volta, era il football. Grazie Kenny. Di tutto.

YNWA

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